Arriva la tanto attesa prima stagione, diretta da Andrea De Sica e Anna Negri, “Baby”. Con i suoi sei episodi, è stata interamente pubblicata su Netflix il 30 Novembre e ha già suscitato il clamore previsto già durante la sua promozione autunnale. Una serie avente per oggetto una vicenda di prostituzione minorile sullo sfondo della Roma “bene”, o meglio, “glamour”. Particolare interesse ha destato il modo in cui il tessuto narrativo ha riportato alla memoria una realtà inquietante, giunta alla ribalta della cronaca nazionale e nata da un’indagine nel corso dell’anno 2013, per concludersi con un processo legale. La vicenda delle baby squillo parioline e di tutto il mondo che orbitava attorno a loro venne alla luce a seguito di un lungo studio preliminare a carico del nucleo operativo dei Carabinieri di via Selci e della Procura di Roma. Il punto chiave per gli inquirenti era stata la dimostrazione che i clienti fossero a conoscenza della minore età delle due ragazze protagoniste della serie, nonché dell’indagine. Le baby squillo, contrariamente a quanto si potesse immaginare, non erano ragazze “estreme”, figlie della periferia degradata di Roma. Non provenivano da contesti familiari e ambientali disagiati, ma frequentavano due tra le scuole più note e prestigiose della Capitale. L’unico scopo che motivava le ragazze a prostituirsi con personaggi eccellenti della Roma che conta era solo ed esclusivamente il denaro. Fare tanti soldi per comprare droga, vestiti, frequentare locali, concedersi ricche vacanze, tutto a spese loro. Nella fiction, la vicenda di cronaca fa solo da spunto narrativo. La vera protagonista è la Roma Glamour e dorata dei Parioli nonché la borghesia della Roma “Bene” accusata di aver nutrito i suoi figli di disvalori. Nessun riferimento alla realtà dei fatti accaduti attinge pedissequamente dai risvolti giudiziari, in quanto il regista ha scelto di focalizzarci sul giro di prostituzione gestito da un personaggio già noto alle Forze dell’Ordine per attività illecite, che trasforma un’attività sporadica a cui le ragazze erano dedite, in un vero e proprio sistema di business. Nessun accenno al locale frequentato dalle ragazzine in cui il crudo “pappone”, originario di Terracina, richiamava politici, sportivi, imprenditori e professionisti eccellenti. Niente di niente sul processo celebrato con rito abbreviato da cui sono usciti condannati il gestore del locale frequentato dalle ragazze e il lenone che gestiva il traffico di prostituzione. Nessun riferimento ai fruitori che hanno patteggiato e non hanno scontato pene, tra i quali figure note sulla scena nazionale. Le due “Lolita” protagoniste, Chiara e Ludovica, fanno entrare gli spettatori nei costumi di un imprevedibile spaccato romano, tra i banchi del liceo privato “Collodi”, garantendo alla serie di Netflix un immediato successo, grazie al ritmo accattivante con cui viene raccontata l’ambiguità che si snoda tra le aspettative e le delusioni delle ragazze e la mancata percezione dello squallore in cui cadono. A distanza di due settimane dall’uscita sul piccolo colosso chiamato Netflix, si attendono ancora le reazioni dei romani.