“Ce l’abbiamo fatta, finalmente i sogni di tutti noi si sono avverati. La storia siamo noi, la storia è Roma. Questo è un piccolo tassello per mostrare l’arte della strada nei palazzi”. Questa l’esclamazione con la quale Paulo Lucas von Vacano ha esordito alla conferenza stampa della mostra Cross the Streets, di cui è curatore, al MACRO di Roma, aperta al pubblico dal 7 maggio al 1 ottobre 2017.

L’esposizione vuole storicizzare la cultura del Writing e della Street Art analizzando gli ultimi 40 anni di un fenomeno culturale prima che artistico. Un’avanguardia  intesa come rivoluzione creativa, nell’ottica della legalità e della valorizzazione urbana.

Dai Graffiti al Writing, dal Muralismo alla Street Art, una sorta di contro cultura, nata come protesta giovanile, questo fenomeno è passato dal contesto underground al mainstream andando ad influenzare tutte le declinazioni dell’arte e della società. Cross the Streets analizza proprio la tensione aggregativa, il potere di spingere i margini verso il centro che la “cultura della strada” porta in sé.

Evento globale, fenomeno culturale in grado di influenzare l’immaginario collettivo, l’arte urbana esce fuori dalla visione distorta dell’illegalità e si erge a tradizione, a storia, trovando posto nei musei. Molteplici le sezioni: “Street Art Stories”, comprende opere e artisti che permettono di avere un’idea ampia sulla nascita e sullo sviluppo del fenomeno.

La prima opera che si incontra è un’installazione di ben 14 metri di ampiezza dell’artista franco americano WK Interact, seguono i famosi mosaici del francese Invader, presenti nel 2010 nelle strade di Roma, poi Moddle East Mural, la grande tela di più di 10 metri di Shepard Fairey aka Obey.

Non manca una sezione fotografica di Stefano Fontebasso De Martino a cura di Claudio Crescentini, con una serie di testimonianze relative all’intervento di Keith Haring sul Palazzo delle Esposizioni nel 1984, poi cancellato per la visita del Presidente Gorbaciov a Roma. E poi numerose altre installazioni, dripping, stencil, lettering, poster, tele site specific riservati ad importanti artisti del movimento come il graffiti artist tedesco Daim, re del 3D, Chaz Bojourquez, pioniere del lettering West Coast; e poi i paesaggi urbani di Evol e il romano Diamond.

Presente anche una ricerca sulla storia del writing a Roma dal 1979 con la sezione fotografica di Christian Omodeo: “Spesso gli stessi romani non conoscono la storia della città, noi volevamo portare alla luce l’arte della strada, non quella che si impara nelle accademie”, ha dichiarato.

Un progetto culturale e sociale, che ha attirato l’attenzione anche della medicina con la partecipazione della Dott.ssa Maria Pia Villa, Pediatra presso la Facoltà di Medicina e Psicologia all’Università di Roma Sapienza: ”Il disagio è malattia, è alienazione, è distacco dalla realtà. Espressione di un dissidio che nasce prima, l’arte è un meccanismo che apre, che permette di de stressare e di reintegrare nella realtà. Questa arte che nasce proprio dalla strada, dalla gente, ci è sembrato uno strumento per riportare armonia”, ha dichiarato in occasione della presentazione della mostra.

La mostra concretizza l’accesso della strada al museo anche attraverso l’allestimento: per l’occasione, infatti, il MACRO è stato decorato con elementi provvisori che vanno a riprodurre la segnaletica stradale, teli, impalcature. Molti materiali, inoltre, saranno riutilizzati in veri cantieri edili, nell’ottica del riutilizzo produttivo e del contenimento degli sprechi.

La scelta di Roma è stata fortemente voluta dal curatore Paulo Lucas von Vacano: “La mia è una storia italiana, romana. La storia siamo noi, la storia è Roma. Questo è un piccolo tassello per mostrare l’arte della strada nei palazzi. A Venezia la gloria, a Basilea il mercato, a Roma l’eternità. Noi siamo diversi, noi vogliamo cambiare il mondo in meglio, i sogni esistono e si possono realizzare”.

Multimedialità, valorizzazione urbana, integrazione, recupero del territorio nell’ottica della legalità, il tutto sostenuto da una pulsione onirica che vuole consegnare la strada e tutte le sue forme artistiche alla storia. Tutto questo è racchiuso nella risposta rilasciata dallo stesso curatore.

Una rivoluzione culturale e sociale affidata all’arte della strada?

“Si spera! Da sempre Roma è meravigliosa per la sua storia. La strada ha sempre governato, a partire dai patrizi contro i plebei. Dopo la crisi, quando il mondo occidentale è imploso nella sua utopia, da sempre l’unico modo per cambiare le cose è partire dalla strada intesa come metafore di minoranze, di giovani, della periferia. La casta della neo oligarchia feudalica ha fallito miseramente”.

La location scelta è stata Roma.

“La strada romana, che fino ad ora è stata molto generosa e tranquilla, si sta preparando a sovvertire il mondo virtuale per tornare a quello reale. Dopo gli ultimi 30 anni di globalizzazione torniamo ad una localizzazione estrema dove il buon senso della società civile dovrà migliorare e questa mostra ha un senso solo se la strada entra nel museo ma anche se il museo va nella strada. Ci sono infatti una serie di attività correlate finalizzate alla valorizzazione urbana e al recupero territoriale contro il degrado”.

C’è anche un legame personale che lega la sua storia a questa città.

“Roma caput mundi, io sono un immigrato in Germania, mio padre è tornato a Roma perché ha sposato una romana e io ho fatto la stessa cosa. Non c’è donna più intelligente e bella di una donna romana”.

La street art è generosa e socievole, mette le sue opere a disposizione di tutti, al semaforo, alla fermata dell’auto, ogni momento è buono per ammirare una creazione che gli writers offrono senza volere nulla in cambio se non un nostro sguardo sfuggente, un nostro pensiero veloce. Per questo è tempo che le porte accademiche dei musei aprano le porte a questa forma di creatività, è un atto dovuto anche per combattere il pregiudizio di illegalità che spesso pesa su queste opere, perché è di questo che si parla, di arte.