Una ragazza giovanissima, sensibile, dal “talento naturale”, come sostiene Paolo Maiorino di Sony Music. Questa è Giulia Mazzoni pianista e compositrice toscana, che dopo “Giocando con i Bottoni”, album d’esordio, presenta il suo nuovo progetto musicale “Room 2401”, firmato Sony. Quello di Giulia è un album crossover, che vede l’incontro di sonorità classiche e pop. Un disco che segna una sua maturità compositiva ed esecutiva, ruotando attorno al simbolo della stanza, sia in senso fisico che metafisico (sia essa una stanza d’albergo o la stanza che ognuno ha dentro di sé e in cui trova rifugio). Il disco vanta un’importante collaborazione; quella con il maestro Micheal Nyman che, per la prima volta nella sua carriera, ha diviso la scena con un altro artista, eseguendo a due pianoforti “The Departure”. Quasi una metafora della “partenza professionale” di questa giovane compositrice, che con coraggio e caparbietà è riuscita a farsi strada nel variegato e difficile panorama musicale italiano e internazionale. “Alle critiche rispondo con la mia musica”, sostiene Giulia, dal 18 novembre in giro per l’Italia con il suo tour, che la vedrà protagonista anche all’estero (Cina, Korea, Giappone, Honk Kong). Una compositrice contemporanea, come ama definirsi, che rompe il rigore classico in nome di una maggiore libertà ed emozionalità e rivela, con la sua musica, le diverse sfaccettature di un universo spesso trascurato, quello femminile.

Partiamo dal tuo strumento. Perché proprio il piano?

Il pianoforte l’ho scoperto per caso in quinta elementare. Mi trovavo in giardino durante la ricreazione ed ho sentito il suono di questo strumento, che mi ha colpito. In un certo senso è stata come una voce che mi ha chiamato. Da lì è nata questa amicizia che continua tutt’oggi. Inizialmente per me, dunque, la musica è stata un gioco. Entravo in quest’aula per “giocare” con il pianoforte. Poi ho rivelato questo segreto ai miei genitori che mi hanno appoggiato nel mio percorso di studi.

Parliamo dell’album 2401. Il numero di una stanza d’albergo. Parli della stanza come rappresentazione materiale di un concetto spirituale. Puoi spiegare meglio questo concetto?

Detto così può sembrare tutto molto filosofico e astratto, e forse poco poetico e romantico. In realtà questa stanza esiste. E’ una stanza materiale, in cima ad un grattacielo, che ho incontrato nel mio viaggio a Chicago. Qui è accaduto qualcosa. E’ partita una riflessione e in un certo senso ho ritrovato me stessa. Il concetto della stanza mi affascina molto. Per me è stata una stanza materiale, che mi ha permesso di riscoprire alcuni aspetti legati all’interiorità. Però il luogo può anche essere interiore.

C’è un filo conduttore che lega i brani che vanno a comporre questo album?

Il mio non è un concept album, quindi non lega ogni brano. Però trattandosi di una musica che prende forma dalla vita e si arricchisce con le emozioni che vivo, alcuni episodi sono chiaramente legati. Tutto parte da Chicago, ma nell’album parlo anche della Cina, dove ho fatto una tournée per me fondamentale dal punto di vista umano e artistico. La mia è una musica emozionale che si alimenta del rapporto con le persone. Questo è forse, su tutti, l’elemento che lega i brani: l’emozionalità e la voglia di tornare ad emozionarsi con la musica.

Nel passaggio dal primo album (“Giocando con i bottoni”), dove rievochi in particolare ricordi d’infanzia, al secondo (“Room 2401) si registra un “elevazione” delle tematiche affrontate. Una crescita questa anche professionale?

Sicuramente. In questi anni ho avuto modo di fare molte esperienze, di viaggiare tantissimo. Mentre in “Giocando con i bottoni” la stanza era una scatola chiusa, era un mondo più piccolo, ad oggi il mio “mondo” si è ampliato e la mia stanza ora è aperta a tutti. Questo è, infatti, un progetto che uscirà anche in Cina, Giappone, Honk Kong e Corea, dove partirà una tournee in primavera. Dunque la mia crescita è stata tanto professionale e artistica, quanto personale. Sono cambiata e questo disco è sicuramente più fedele alla Giulia di oggi. Sicuramente è rimasto l’elemento della semplicità e quello del raccontare storie per emozionare, come fossi una cantautrice. Ti definisci una compositrice contemporanea.

Come nascono le tue canzoni e quanto di te e della tua personalità riversi nei brani che componi?

I miei brani parlano completamente di me. Essendo io molto timida e riservata, non riesco a parole a comunicare certe cose. Invece, attraverso la musica, sono in grado di aprirmi completamente e raccontare anche i sentimenti più difficili, come le ansie e le paure. Per me il pianoforte è un mezzo per raccontare una storia, sperando che le persone possano ritrovare qualcosa di loro nell’ascolto delle mie canzoni.

La musica classica è rigorosa. Tu rompi un po’ gli schemi in nome di una maggiore libertà. Come riesci a conciliare il rigore della classica con il pop?

Io non faccio musica classica, la mia è una musica contemporanea. Vorrei si superasse l’associazione di questo strumento al mondo della classica, facendo capire che il pianoforte può essere vicino alla gente, che anche questa musica può essere popolare, pop. Quando scrivo io non utilizzo le forme classiche ma una forma libera. La mia scrittura si muove tra vari generi e vari linguaggi. Nasce dalla vita, dal caos, dalle emozioni, dalla verità.

“Merope”, uno dei brani di questo album, parla di una stella, tra le meno luminose; una stella coraggiosa che ha difeso i propri sogni. Un riferimento autobiografico? E cosa consiglieresti ai giovani aspiranti musicisti?

In un ambiente dominato da compositori uomini la mia voce è sicuramente legata ad una sensibilità femminile. Mi piacerebbe, attraverso la mia musica, far capire un po’ di più l’universo femminile, spesso non preso in considerazione. Merope racconta molto di me. Ho sempre lottato per le mie idee e lotto tutt’ora e non mi fermerò. Mi sento un po’ guerriera in questo senso. A scuola non ero capita per le mie scelte. Non è stato un percorso semplice e non lo è tutt’ora. Partendo da Merope, quello che mi sento di dire alle persone che credono in un sogno è che è possibile realizzarlo attraverso un lavoro costante, una grande determinazione e la passione, uniti a tanto coraggio.

“Wishes” è un altro brano del tuo album. A tal proposito, quali sono i tuoi desideri ora e i tuoi progetti per il futuro?

In realtà io sto già vivendo il mio sogno. Il mio sogno è quello di scrivere, fare musica e condividerla con gli altri e spero che questo possa continuare. Che io possa continuare a raccontare nuove storie e possa continuare ad emozionarmi e a far emozionare. E riuscire a regalare un po’ di serenità attraverso la musica.

Chiara Marino