Sorge all’ombra della Piramide di Caio Cestio, tra le braccia delle Mura Aureliane, il Cimitero Acattolico per gli stranieri di Testaccio, nel cuore di Roma. La sua storia è stata costellata di concessioni, dinieghi, autorizzazioni e divieti. Nobile l’intendo di Papa Clemente XI, che nel 1716, permise la sepoltura dei membri della Corte Stuart in esilio dall’Inghilterra di essere sepolti di fronte alla Piramide. Ben presto, il permesso fu esteso ad altre persone non cattoliche, molte di loro giovani nel compimento del Grand Tour. La tomba più antica e di cui si sono trovate tracce è quella di George Langton, laureatosi ad Oxford. I suoi resti furono trovati durante degli scavi effettuati nel 1929, coperti da una placca a forma di scudo in piombo recante una iscrizione. Ma il boom delle sepolture si registrò tra il 1738 e il 1822, quando più più di sessanta persone trovarono il luogo sacro del loro riposo eterno. La storia di questo monumentale ritrovo di anima è senza dubbio affascinate, tant’è che ogni giorno sono molti i curiosi che vanno a sfidare l’umidità e la tenebrosa atmosfera favorita dai cipressi lì presenti. Con orari prestabiliti, infatti, è possibile accedere gratuitamente a quello che i romani chiamano “il cimitero inglese”, per ammirarne le bellezze e ovattarsi dal tran tran del mondo circostante. A questo punto non resta che chiedersi quale vettore emotivo stimola l’attrazione per questo luogo dal fascino a tratti anche misterioso. Cosa effettivamente si va a ricercare e per la soddisfazione di quale bisogno umano. La morte è un tema che non perde la sua attualità in ogni spazio e tempo, ma è la vita che viene coltivata e coccolata nel momento in cui si decide di lasciarsi ammaliare da un luogo così unico nel suo genere. Alcune delle statue che abbelliscono i monumenti celebrativi i defunti lì di casa hanno stregato generazioni e generazioni di visitatori. Una su tutte è quella raffigurante un angelo che si abbandona letteralmente su una grande campana intarsiata, che bene esprime lo strazio della fine di una vita, confinata all’aldilà. Nota come “Angelo del dolore”, la toccante opera è stata realizzata dallo scultore statunitense William Wetmore Story (1819-1895), lo stesso che già lì sepolto, insieme alla moglie Emelyn e al figlio Joseph. Proprio la consorte dell’artista, infatti, era stata la destinataria di siffatta meraviglia, per un addio degno di amore e forte del dolore derivato dalla sua perdita.