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Autrice, scrittrice, blogger.

Il suo nuovo romanzo, “Dietro questo sipario”, Damster Edizioni, è appena uscito e sta già riscuotendo un grande successo di pubblico, soprattutto tra gli appassionati del mistero. Enrico Luceri, infatti, è tornato a farci rabbrividire con una storia che ricalca le orme dei grandi del thrilling italiano, omaggiando autori e registi, come Dario Argento e Lamberto Bava che oggi sono dei veri e propri miti del cinema italiano.
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Patrizia, la protagonista delle vicende narrate da Enrico Luceri, assiste a un omicidio ed è in grave pericolo, ma nessuno vuole crederle, tranne il misterioso giornalista Ricky Micheli che sarà l’unico ad affiancarla in un’indagine dai risvolti torbidi e dal finale inaspettato, in perfetto stile thrilling.
Ma in cosa consiste esattamente questo genere nato dalla commistione di varie tendenze e nel quale l’Italia ha sempre primeggiato, soprattutto sul grande schermo? E come si può trasporre sulla pagina la tensione crescente che solo la pellicola sa dare o viceversa?
Sarà lo stesso Enrico Luceri a spiegarcelo raccontandoci, in questa intervista esclusiva, cosa lo ha ispirato durante la stesura di questa nuova storia e che cos’è, secondo lui, il giallo thrilling italiano.

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Una serie di inquietanti omicidi, una testimone oculare in pericolo e un’indagine imprevedibile caratterizzata da un crescendo di tensione: sono questi gli ingredienti principali del tuo ultimo romanzo, “Dietro questo sipario”, Damster Edizioni. Raccontaci cosa ti ha ispirato durante la stesura.
Il ricordo di alcuni romanzi, film e telefilm ha ispirato la mia fantasia. Diversi elementi del romanzo sono citazioni di opere famose. Per esempio, c’è la testimone oculare che rischia la vita (“L’uccello dalle piume di cristallo”, film di Dario Argento, ma anche “Testimone oculare”, sempre dello stesso regista, episodio nella serie televisiva “La porta sul buio”, e l’omonimo film per la tv di Lamberto Bava), ed è ritenuta inattendibile (“Istantanea di un delitto”, romanzo di Agatha Christie) o mitomane (“Merletto di mezzanotte”, film con Doris Day o “La signora scompare”, che Hitchcock trasse dal romanzo di Ethel Lina White). Oppure c’è il giornalista alla ricerca della verità che affianca il protagonista nella sua indagine da outsider (e questi sono per esempio Gianna Brezzi/Daria Nicolodi e Marc Daly/David Hemmings nel film “Profondo Rosso”, sempre di Dario Argento). La sequenza in cui Patrizia, la protagonista della mia storia, imprigiona qualcuno, credendolo colpevole, e fugge disperatamente incontro a un altro pericolo, è una libera citazione di una scena madre del film di Robert Siodmak “La scala a chiocciola”, versione cinematografica del romanzo omonimo ancora di Ethel Lina White. Infine c’è l’attrice traumatizzata dal fallimento di una sua pellicola che si ritira all’improvviso, all’apice della carriera e vive il resto della vita come una reclusa (accadde a Greta Garbo dopo l’insuccesso della commedia “Non tradirmi con me”, oppure, anche se in circostanze diverse, a Norma Desmond/Gloria Swanson in “Viale del tramonto”).
Personaggi e atmosfere di questo nuovo giallo si rifanno al cinema thrilling all’italiana e, in particolare, allo stile inconfondibile di Dario Argento, del quale sei un profondo conoscitore. In cosa consiste questo genere e cosa ha significato per la storia del cinema e della letteratura italiana fino a oggi?
Sono stati scritti numerosi saggi per spiegare il significato, l’importanza e il successo che questo genere ha avuto nella storia della cinematografia italiana. Nell’estate del 1975, da adolescente e appassionato spettatore, comprai un libro edito da Sonzogno, dal titolo “Profondo thrilling”, che conteneva la trasposizione letteraria dei primi tre film di Dario Argento (“L’uccello dalle piume di cristallo”, “Il gatto a nove code”, “Quattro mosche di velluto grigio”).
Sulla quarta di copertina era scritta questa frase, estratta dalla prefazione dello stesso regista:‟Trovo che il thrilling è uno dei modi più sfrenati di fare il cinema, uno dei generi che permettono all’autore di far volare in sala, sulla testa degli spettatori, per molti minuti, grandi vele di irrazionale e di delirio. Il thrilling contribuisce a far vacillare solide convinzioni e tranquillità, quieti modi di vivere e banali e false sicurezze.”
Credo che tuttora sia la definizione più sintetica e vera di questo cinema irripetibile e indimenticabile.

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Svelaci un aneddoto legato alla tua conoscenza di tanti autori e registi che hanno contribuito a rendere unico il thrilling, che è rimasto particolarmente impresso nella tua memoria di scrittore.
La proiezione della copia restaurata di “Profondo Rosso” al cinema Adriano di Roma, nel febbraio del 2013: sala strapiena, e grande entusiasmo collettivo nel replicare a distanza di decenni l’esperienza di rivedere al cinema un capolavoro così incalzante e inesorabile. Una specie di macchina del tempo che ha restituito le sensazioni, i ricordi, le immagini e in definitiva la memoria di un periodo della mia adolescenza che dopo tanto tempo mi sembra confondersi in una lunga, entusiasmante e forse un po’ eccessiva e trasgressiva (ma da giovani è inevitabile) stagione della vita.
Coi ritmi sempre più incalzanti scanditi dalla velocità delle serie tv di oggi, l’aspetto psicologico dei personaggi, su cui si basa la crescente tensione del thrilling, sembra essere meno accattivante: da cosa deriva questo cambio di rotta nei gusti del pubblico? Come è cambiato, dunque, il modo di costruire un giallo di successo rispetto a qualche decennio fa?
Oggi le storie narrate al cinema o in televisione hanno un ritmo più frenetico del passato, la velocità di evoluzione delle vicende è cresciuta esponenzialmente. Sono convinto che in narrativa questa tecnica cinematografica possa ispirare trame dove sia possibile coniugare l’aspetto psicologico dei personaggi, i loro rapporti, con una evoluzione della storia asciutta, che non concede nulla alle divagazioni. Non mi interessa il “realismo” di esplorare le situazioni personali degli “attori” delle mie storie, a meno che non sia funzionale alla trama. Il mio obiettivo è andare dritto allo scopo, raccontare una storia, in cui ambientazione, atmosfera, tensione e personaggi collaborano alla riuscita della trama di genere. Scrivere con una forma semplice, coerente con la vicenda descritta, che a volte può apparire scarna, ma rappresenta, ancora una volta, l’esigenza di andare al sodo e concentrare l’attenzione dei lettori esclusivamente sulla vicenda.

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Dalla vittoria del Premio Tedeschi la tua carriera di autore è in continua ascesa, ma come è nata questa passione per la scrittura? Facciamo un bilancio della tua esperienza di scrittore tra delusioni e obiettivi raggiunti.
Molti addetti ai lavori, autori compresi, sostengono che scrivere queste storie permette di esplorare il lato più oscuro della propria personalità. Condivido. Per me, però, la situazione è uguale e contraria, come se fosse riflessa in uno specchio. Ho compreso di convivere con due personalità: il giallista è felice di essere tale, frequenta volentieri le manifestazioni, parla con altrettanto piacere in pubblico, ha qualche certezza che nasce da quel mestiere imparato in vent’anni di attività. La mia personalità “privata”, invece, è taciturna, forse un po’ introversa, detesta muoversi da casa o dalla mia città, agisce soprattutto per senso del dovere (ho una coscienza piuttosto esigente), frequenta gli amici ma apprezza anche la solitudine. La prima è più solare, cordiale, la seconda cortese ma distaccata. Insomma, si può affermare che scrivere gialli ha svelato il lato più chiaro della mia personalità!
Sono contento di quello che ho scritto e pubblicato finora e lo sarà in futuro, non rinnego nulla, perché ho creduto in tutto. Semmai ho avuto qualche fallimento, non ha provocato alcuna delusione. Si è delusi solo da coloro nei quali si ha fiducia, e io ammetto di essere scettico e diffidente, ma qui sta già apparendo minacciosamente la mia personalità “privata”!
Si pensa che quello dello scrittore sia un mestiere solitario, fatto di lunghe sessioni di lavoro davanti a una pagina da riempire, senza interagire con nessun altro, se non con i personaggi della storia, ma non è del tutto vero. La community dei giallisti italiani è piuttosto unita e fortemente legata al suo pubblico di lettori. Che rapporto hai con i tuoi colleghi? Ti è capitato di scrivere qualcosa a quattro mani?
Ho un ottimo e cordiale rapporto di amicizia e stima reciproca con i colleghi che conosco personalmente.
Tutti noi che pratichiamo il giallo italiano condividiamo una stessa realtà impegnativa e talvolta difficile, per la situazione dell’editoria, che come ogni settore commerciale non è stato certo risparmiato dalla crisi. Dunque sono convinto che solidarietà e sostegno reciproco siano opportuni, anzi necessari, per fare fronte comune e contribuire, ognuno con il con proprio personale punto di vista, al consolidamento del genere che tanto amiamo. Il successo o meno di ognuno di noi può riflettersi su tutti gli altri, per i complessi meccanismi dei gusti del pubblico: essere i primi a credere e a rispettare il lavoro dei colleghi è la migliore e più concreta manifestazione di fiducia verso il giallo italiano che possiamo dimostrare ai lettori.
Oltre ai colleghi con cui ho scritto romanzi che saranno pubblicati in futuro, e al momento non posso citare, ricordo con grande piacere le collaborazioni con Andrea Franco, Sabina Marchesi e i miei grandi amici, oltre che soci in questa avventura, Giulio Leoni e Massimo Pietroselli. Insieme abbiamo creato la serie di romanzi M-Files, nella quale crediamo profondamente e speriamo di riuscire a far conoscere e apprezzare.
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L’estate è alle porte e non è insolito vedere sotto i nostri ombrelloni tanti lettori di libri gialli, uno tra i generi più amati dagli Italiani. Secondo te da cosa dipende l’amore del pubblico per questo tipo di storie? E tu che lettore sei?
Dati di vendita e statistiche, oltre che le esperienze personali nella conoscenza diretta del pubblico, dimostrano che i lettori amano, perlomeno prevalentemente, le storie che riescano a fondere situazioni moderne e attuali con la costruzione narrativa del giallo classico. I lettori hanno le idee chiare, sanno ciò che cercano, sono il giudice unico e inappellabile di un romanzo. Solo loro possono stabilire, dopo aver girato l’ultima pagina, se quello che hanno letto è un giallo, o qualcosa di diverso, magari una storia molto bella, ma lontana da questo genere che ha caratteristiche molto precise. Come tutte le vicende umane, il giallo non è immutabile, si evolve e cambia, mantenendo tuttavia certi aspetti consolidati. Credo che questa fedeltà di fondo alle proprie radici letterarie sia il motivo principale dell’affezione di generazioni di lettori.
Questo non esclude che ogni autore possa, anzi dovrebbe, praticare il genere secondo la propria indole e fantasia, cioè in maniera del tutto personale, senza condizionamenti. Le contaminazioni possono contribuire a realizzare storie davvero belle e innovative. Però sono, appunto, miscele di generi, quindi né noir, né gialli, o thriller, o altro: un po’ di ognuno di loro. Sono convinto che la distinzione fra generi sia una forma di rispetto verso i lettori, e, in fondo, degli autori verso se stessi: sento a volte usare i termini noir, giallo, thriller ecc. come sinonimi. Non mi sembra un contributo alla chiarezza: al netto di tutto ciò che sfugge legittimamente a una classificazione di genere, il resto andrebbe collocato con esattezza. L’origine è comune, ma poi ognuno ha preso la strada più congeniale, che a volte si avvicina alle altre, e a volte si allontana. Confonderli e sovrapporli è una forzatura e un errore.
Leggo soprattutto gialli, ma anche altri generi, non ho pregiudizi verso alcuna storia. Anche saggi di storia moderna, sul cinema e la letteratura. Sono abbastanza “onnivoro”, ma appena posso rileggo con il medesimo piacere i romanzi di Agatha Christie. Non posso farne a meno!

 

A cosa stai lavorando in questo periodo? Hai in programma nuove storie per far rabbrividire i tuoi lettori durante o dopo l’estate?
A luglio la mia convinta collaborazione con la collana Comma#21 di Damster, ben curata dal collega e amico Fabio Mundadori, continuerà con il racconto scritto insieme a Sabina Marchesi “Nel bosco che l’annega”, contenuto nell’antologia “L’estate è una cattiva stagione”.
A ottobre sarà pubblicato un romanzo scritto a quattro mani con un collega, di cui non posso anticipare ancora nulla per motivi di riservatezza.
A dicembre sarà in edicola un mio romanzo nella prestigiosa collana Il Giallo Mondadori, dal titolo “L’ora più buia della notte”.
Nei primi mesi del prossimo anno, le edizioni Profondo Rosso pubblicheranno il saggio “Giallo Pulp”, scritto da me insieme al regista Luigi Cozzi, che con la sua competenza, esperienza e genuina passione ha reso possibile ricostruire le vicende delle case editrici di genere romane dagli anni ’50 ai primi anni ’80 del secolo scorso.
A giugno 2018 un altro romanzo a quattro mani sarà in libreria, e in futuro arriveranno altre storie, già acquisite da importanti editori, per tutti i lettori che amano il giallo.
Fra le pubblicazioni digitali, nei prossimi mesi di quest’anno saranno pubblicati su Amazon altri episodi di M-Files, i volumi del saggio “Il cinema dallo schermo che sanguina”, il mio omaggio al cinema giallo thrilling, e la raccolta di racconti “Enigmi gialli”. Di nome e di fatto, naturalmente.

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Si prospetta, dunque, una stagione intensa per tutti i lettori che hanno amato le storie di Enrico Luceri, ma anche i suoi saggi su cinema e letteratura di genere, che rivelano il punto di vista di un autentico appassionato, divenuto esperto grazie alla pratica assidua del giallo in tutte le sue sfaccettature.