C’è vita nel sottobosco della musica emergente italiana. La Scala Shepard ne è un esempio. Alberto Laruccia, Claudia Nanni, David Guido Guerriero e Lorenzo Berretti si sono incontrati musicalmente per le strade di Trastevere, due anni fa, tra i vicoli e le piazzette, sul palco più difficile di tutti, quello fatto di sguardi sconosciuti e sensazioni da catturare. Dopo un Ep, dal titolo Di Passaggio, e un tour on the road in giro per l’Italia, lo scorso novembre è uscito Eureka. Sei brani incastonati come piccole pietre in un mosaico di suggestioni acustiche che spaziano in un eclettismo stilistico sorprendente, vista la giovane età dei componenti del gruppo. Dal pop al folk, dal rock al cantautorato, La Scala Shepard sembra non volersi immettere in nessun preciso filone. Immaginario capitolino, sound internazionale, sperimentazione, tradizione. La scuola romana si intreccia agli echi anni Settanta, strizza l’occhio agli Ottanta e pare presagire uno sviluppo verso un recupero dei Nineties, con aperture più elettroniche. Non manca neanche il tocco jazz. Nell’ultimo lavoro, Eureka, il gruppo sembra tentare una soluzione, come dice la parola greca, un equilibrio che però non viene dato per assoluto. Una ricerca mutevole, piuttosto, un incastro malleabile che non preclude aperture e cambi di strategia.

Partirei dal nome, la Scala Shepard , ci spiegate il significato della scelta?

La Scala Shepard rappresenta un canone o continuamente ascendente o continuamente discendente, io preferisco la seconda accezione ma tengo a specificare che ogni componente del gruppo ha una propria personalità e un proprio modo di vedere le cose. La scelta è stata abbastanza casuale, da parte mia è quasi un omaggio al mondo del progressive rock che non esiste più ma che allo stesso tempo resiste ancora nel filone di alcuni gruppi che negli ultimi anni hanno attinto da quel mondo, vedi Il Teatro degli Orrori, i Fast Animals and Slow Kids, Il Rovescio della medaglia o persino Lo Stato Sociale. La Scala Shepard è un nome che è venuto in mente al batterista, David, molto tempo prima che questo progetto nascesse. Non c’è nessun tipo di riferimento all’interno della nostra musica nei confronti di questo effetto sonoro, o almeno non ancora, ma penso che riusciremo a trovare il modo di riprodurlo nei prossimi live e nel prossimo disco.

Come e quando siete nati musicalmente?

Noi ci siamo conosciuti musicalmente a Trastevere, tre su quattro di noi si conoscono da più di dieci anni. Il gruppo è nato due anni fa suonando in strada, dove ci siamo incontrati dopo vai giri. Lorenzo aveva dei brani per un suo progetto, io ne avevo altri con David, il batterista, quindi abbiamo pensato di mettere il materiale insieme. Ci teniamo sempre a dire che ci siamo incontrati per strada, suonando e tutto è nato in modo molto naturale. Poi è arrivata la sala prove che ora è diventata un regime di vita.

Dopo il primo disco auto prodotto intitolato Di Passaggio avete fatto un tour on the road in tutta Italia, sia nei festival che come artisti di strada. Come è stata questa esperienza, cosa vi ha lasciato?

Il primo Ep nasce proprio da quello che stavamo facendo a Roma, l’estate 2015 stavamo per strada, poi ci siamo messi in sala, abbiamo messo su un repertorio e lo abbiamo registrato, anche sfruttando il fatto che David sia, oltre che batterista, tecnico del suono. Abbiamo suonato principalmente in Puglia, poi ci sono stati dei viaggi in tutta Italia, siamo arrivati fino a Trento ma più nei locali. La strada l’abbiamo vissuta soprattutto in Puglia, è stato molto divertente, è una situazione formativa che sul palco non vivi, c’è una dimensione di attaccamento alle persone e di riconoscimento reciproco delle energie. Per strada la gente può andarsene quando vuole, è di passaggio quindi sta a te catturare l’attenzione. Negli ultimi anni ci siamo spostati più nei club quindi abbiamo un po’ perso quell’atmosfera ma quella è stata un’esperienza che ci ha formato tantissimo.

Eureka dal greco, esclamazione di gioia per una scoperta o per la risoluzione di un problema attribuita ad Archimede. Come mai questa scelta per il titolo del vostro secondo album?

Questo titolo ha un senso preciso, così come lo aveva Di Passaggio, dove c’era un’idea di temporaneità, di fuggevolezza. Eureka ha una linea più definita, ci sono delle sonorità più sviluppate, più aggressive come attitudine.  Questo lavoro è nato nel momento in cui è uscito dal gruppo il quinto elemento, Michele Santucci, seconda chitarra, ci siamo trovati a cercare una nuova soluzione, abbiamo trovato una nuova idea che in quel momento ci sembrava quella giusta, così come dice il significato della parola eureka.

Mi parli della copertina?

La copertina è realizzata da Valeria Bruschi, che è anche la tatuatrice del gruppo. Ognuno di noi ha una sua interpretazione della figura del burattino, di base è legata alla tradizione italiana della commedia che sa essere a suo modo ironica ma anche estremamente tragica. È un po’ la caricatura di Charlie Chaplin ma in particolar modo di Totò, riprende la visione che ha anche il folklore romano di riuscire a raccontare l’ironia ma anche la tragedia sempre con un tono allegro. Questo è molto presente nei nostri lavori, in particolare nei brani di Lorenzo che ha questa forte componente.

In Andiamo su a Berlino dite: “Suoni una chitarra Fender ma lavori in un call center per 6€ all’ora lordi” e ancora “Data questa situazione la migliore soluzione è andare via dallo stivale”, un’amara ironia sulla situazione attuale dei giovani in Italia; anche il sound è leggero e apparentemente allegro. Un modo per sdrammatizzare, per esorcizzare la problematica?

In qualche modo sì, questo è un brano di Lorenzo ma ti posso dire che l’ottica è esattamente quella, l’amarezza verso un determinato presente che però viene sdrammatizzato, per non renderlo tragico, vuole mettere in evidenza la capacità che tutti dovremmo avere di non piangerci addosso.

Chi sono Christophe e Dorothea?

Sono due amanti realmente esistiti nella Berlino del 1961, quando venne costruito il muro, che si trovano separati, come succede a tante coppie e che cominciano a scriversi. L’origine della lettera di Dorothea, che apre il brano e che è interpretata da Claudia, è reale perché è misurata su quella realmente realizzata dalla protagonista di questa storia, tutte le figure e le immagini sentimentali sono riprese dallo scritto originale. La parte di Christoph è custodita in tedesco in Germania e non essendo riuscito a trovarla mi sono dovuto adattare non più raccontando ma sentendomi quella storia addosso, rispecchiandomi in un personaggio che in quel momento non riesce ad esprimere quello che prova per una donna, che non riesce a prendere il coraggio per fare un passo in avanti e preferisce inventare delle scuse.

Avete una personalitá definita ma allo stesso tempo variegata che va dal pop al folk al rock. Come avete individuato questo stile, cosa cercate?

Ci è venuto assolutamente automatico e spontaneo, c’è un profondo attaccamento da parte di tutti i componendi del gruppo ad un certo tipo di cantautorato, che va da De Andrè a Guccini, a De Gregori e a tutta la scuola romana nuova con Gazzè, Fabi, Silvestri. Poi ci sono una serie di influenze che vanno da una parte all’altra della sfera musicale, per Lorenzo ci sono molto i Radiohead, per David ci sono i Fast Animals and Slow Kids, per Claudia ci sono gli anni ’80 degli Spandau Ballet e allo stesso tempo un repertorio jazz molto spiccato. Quindi tutto questo insieme di influenze per ora si è riassunto nello stile attuale del gruppo ma  per il futuro stiamo cercando una quadra molto diversa dal passato, stiamo andando verso un’attitudine più elettronica in un certo senso, stiamo sostituendo le chitarre acustiche con quelle elettriche e stiamo sperimentando nuovi ascolti, partendo più dagli anni ’70 e prevedendo un ritorno ai ’90, in controtendenza rispetto all’attuale ripresa degli ’80. Stiamo sperimentando e giocando concedendoci la forma “popolare” più che pop.

Voi rappresentate tutto quel filone di musica giovane e nuova. Come vedete la situazione della musica indipendente ed emergente in Italia oggi?

Su questi argomenti naturalmente ognuno di noi ha la sua opinione, io frequento molto la musica indipendente, il mercato è saturo, ci sono molti gruppi sottovalutati che fanno capo a nomi come Federica Messa, Il Branco, Le larve, è una scena che fortunatamente ribolle anche grazie ad alcuni format che si sono sviluppati negli ultimi anni, come Spaghetti Unplugged. Io sono convinto che ci sia la speranza per la musica emergente di uscire fuori come merita, credo nella voglia della gente di ascoltare cose nuove. La sensazione più bella che ho quando suono in strada è quella di vedere l’attenzione che le persone riservano a brani inediti, questo mi rende fiducioso nel fatto che i grandi nomi e le grandi etichette siano sì una grande vetrina ma che non facciano così tanta differenza se la gente ha davvero voglia di ascoltare musica.

Come è andata la partecipazione alla festa di Radio Rock?

Partecipare ai festival è una cosa meravigliosa, ci siamo confrontati con artisti di un certo calibro. L’esperienza di Radio Rock è stata una grande festa, un momento di scambio e arricchimento, siamo arrivati molto carichi, con tanta voglia di suonare. Eravamo fermi da un po’ e l’energia che ti trasmette il palco era una cosa di cui avevo solo sentito parlare, è una sensazione bellissima. Radio Rock è una vera famiglia, molto piacevole da frequentare e io mi auguro che realtà come questa si rendano conto del potenziale di alcuni gruppi e che possano aiutarli ad emergere.