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“Inside the Outsider”, tradotto “Dentro colui che pensa fuori degli schemi”, è il secondo progetto discografico di Veronica Vitale, disponibile anche nella “versione cartacea”; un libro, un diario di bordo, che ricalca le tematiche affrontate in musica, in un doppio livello comunicativo. Il racconto, in parole e suoni, è quello del viaggio dell’artista fino ai confini del mondo e dell’incontro profondo con culture e popoli diversi, dal Mediterraneo al Pacifico e ritorno, su una tavolozza di sperimentazioni sonore che partono dal pop, aprendosi poi ad un mondo “liquido”, in una contaminazione di generi e suoni sia digitali che acustici, collezionati nel mondo.

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L’artista vi definisce a chiare linee il proprio genere e personalità musicale. “Il mio linguaggio è liquido, come la società descritta da Zygmunt Bauman e richiede flessibilità, come onde, nel continuo alternarsi di soddisfazioni e delusioni, crisi e riprese. Il mio genere è Pop/Liquid Dubstep”. Un manuale dedicato all’artista indipendente, alle regole del music business e della vita di tutti i giorni in cui trovare la mappa per raggiungere un’isola, dove il tesoro è la propria felicità. Il disco è stato prodotto negli Stati Uniti tra Cincinnati, Seattle e Washington. Con la straordinaria partecipazione di Leon Hendrix, la stella del funk Bootsy William Collins, l’American Idol Jess Lamb, Stelvio Cipriani, The Mad Stuntman, Boyd Grafmyre, Joe Jackson, il sassofonista Marco Zurzolo, il producer di Rihanna Chew Fu e molti altri ancora.

Dal 9 novembre è in radio “World Travels”, il singolo inaugurale dell’album, feat The Mad Stuntman, protagonista delle classifiche mondiali nel 2013 con il film “Madagascar” e il brano “I Like to Move it”.

Questo è il tuo secondo progetto discografico. Lo definisci di matrice “futurista”. Cosa intendi?

Ho portato in Italia un progetto futurista e questa è un’impresa discografica perché artisti indipendenti che realizzano un progetto del genere non ce ne sono. La connotazione futurista è relativa non sono alla realizzazione dei brani, negli arrangiamenti, ma anche riferita a tutte le tecnologie utilizzate nella realizzazione del disco stesso. Ogni video musicale è realizzato in tecnologia 5K, quando in Italia si usa ancora il 4K, e l’anno prossimo debutteremo con l’8K. Per quanto riguarda il genere musicale, sebbene sia prevalentemente pop, va a sperimentare diversi tipi di contaminazioni, incontrando tanti generi e si comporta un po’ come un liquido. È come mescolare due liquidi insieme, ogni volta che si cambia genere. Da pop diventa liquid dubstep. La stessa struttura del brano è di matrice futurista, vede oltre, perché non appartiene all’epoca musicale attuale.

Sei autrice e compositrice di brani in italiano e in inglese, questo ad indicare forse la tua doppia “natura artistica”? Che hanno rappresentato gli USA per te?

Nel 2015 ho avuto la fortuna di traferirmi a Cincinnati, dove la maggior parte della popolazione è afroamericana. Ero una delle pochissime ragazze con la pelle chiara. Gli Stati Uniti ti scavano dentro. Un conto è essere turista, un altro è essere cittadino del mondo. Per me è stato come essere in un ciclone. Molte volte mi hanno chiesto “Come hai fatto a ritrovarti negli Stati Uniti con il titolo di artista internazionale e diventare produttore esecutivo del tuo lavoro musicale?” e la mia risposta è stata molto “semplice”: la mia felicità mi è costata tanto e mi ci è voluta tutta l’infelicità che avevo dentro. Quando si sacrifica tutto, forse ce la fai. Ho dovuto rinunciare a molto, amore, amicizie. Ma sono felice. Non ho scelto la musica per la fama. Il “successo” di per sé rimanda a un participio passato. Credo sia stata la musica a scegliere me, forse perché ne avevo più bisogno degli altri. Mi ha salvato la vita.

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Parliamo del titolo dell’album, “Inside the Outsider”. L’outsider solitamente è chi vive ai margini, da te questo non viene visto necessariamente in chiave negativa, anzi..

Si, vuol dire “Dentro colui che pensa fuori dagli schemi”. Il disco è dedicato sicuramente a chi si sente emarginato ma è al contempo un omaggio ai grandi geni del mondo, la maggior parte dei quali “incompresi”, per esempio Albert Einstein, rimandato molte volte in matematica. È dedicato a coloro che riescono a guardare il mondo con occhi nuovi, come se si fosse sempre turisti nella propria città, meravigliandosi ogni volta dei luoghi in cui si cammina e in cui si vive. Ci sono tanti ragazzi che hanno potenzialità che sembrano non emergere, non perché non ci siano ma perché il sistema non è adatto a comprendere tuti i tipi di intelligenze.

L’album racconta del tuo viaggio nel mondo e del viaggio in te stessa. Che senso hai voluto dare alla metafore del viaggio?

Il mio viaggio reale, innanzitutto, che è quello che dura ormai da nove anni. Questo album rappresenta il mio ritorno discografico il Italia. Il viaggio è un grande veicolo di trasformazione e cambiamento e questi sono temi che vanno di pari passo con la mia storia e sono comuni con le migliori fiabe. Se vogliamo migliorare il mondo e la nostra stessa vita dobbiamo iniziare ad avere un’apertura mentale verso l’esterno, verso l’altro. E questo in molte nazioni manca.

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Perché hai scelto il singolo “World Travel” come brano inaugurale del tuo nuovo album?

Questo singolo parla della libertà dell’essere umano. Con la mia storia ho cercato di raccontare i vari step di un percorso, in cui, a prescindere dal contesto in cui vive, chiunque potesse percepire immediatamente l’idea di una lotta per liberarsi. Secondo me tutti hanno bisogno di “uscire” da qualche situazione in cui sono intrappolati e quindi alla fine di essere liberi, di ritrovare la libertà. Ho voluto ambientare il video di questa canzone in un futuro distopico, post apocalittico. La chiave di lettura è il cambiamento.

Scrivi: “Questo progetto nasce nel 2013 [..] Ero distratta, non prestavo attenzione alle cose, agli affetti importanti. Spensi il telefono e mi feci attraversare dalla vita”, e parli di “un risveglio da uno stato di torpore”. Sembri voler dare una qualche colpa alla tecnologia..

Prima di partire per Seattle ero intrappolata nel circuito discografico tedesco. Si lavorava sempre, parlavo un’altra lingua, mi mancava la mia casa, ero distratta, sempre distratta. A Seattle ho partecipato al convegno di Eric Thomas. Lui invitava le persone a buttare il cellulare, a spegnerlo per rispettare da quel momento in poi l’appuntamento con noi stessi, riscoprendo le piccole cose. Mi concentrai sui piccoli dettagli, come il suono dei gabbiani sull’Alaskan Way, il profumo di sale al mattino che evaporava dal Lake Union. È proprio un capitolo della mia vita che ho chiamato “Risveglio”, perché da li tutto è cambiato e il mondo che volevo ha iniziato ad appartenermi.  Ho incontrato me stessa in quel momento. Ero sensibile, di nuovo, e le persone sensibili sentono il doppio e trasmettono il doppio. Doppia felicità, doppio dolore. Sono passata dall’essere un marinaio di vedetta all’essere capitano della mia nave, della mia vita, metafora che utilizzo nel mio diario di bordo, il mio libro, e questa credo sia l’avventura più bella: essere capaci di cambiare il proprio destino.

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Questo tuo progetto si compone di album, libro e docufilm ad episodi. Tre strumenti diversi, tre diversi canali per raccontare il tuo “viaggio verso la felicità”. Cosa è nato prima nella tua testa? Cosa volevi arrivasse attraverso ciascuno di essi?

Questo progetto non è nato in sala d’incisione. E’ nato dentro me. Penso sia nato prima il mio diario di bordo, mentre cercavo di definire la mia identità musicale. La scelta dei tre percorsi deriva dal mio desiderio di esplorare tutte le “stanze dell’anima”. Ho voluto raccontare il mio viaggio non solo in maniera scritta e tramite la musica ma anche in maniera visiva, attraverso delle “prove” per la mia generazione. Ho, dunque, raccolto non solo interviste in giro per il mondo ma anche le testimonianze di grandi della musica che raccontano come, partendo da zero, ce l’hanno fatta.

L’ultimo brano dell’album, “Whale singing to the moon – Balene che cantano alla luna”, rappresenta il tuo ritorno in Italia. E’ forse qui, dunque, che si conclude il tuo viaggio verso la felicità?

Non posso “spoilerare” dove si trovi la mia felicità – ride- però ti posso dire nel mio libro ci sono delle coordinate, non delle regole, in modo che ognuno possa salire a bordo della mia nave, condividere con me lo stesso viaggio e cominciare il proprio viaggio verso la vita, perché spesso ci dimentichiamo di essere noi i padroni della nostra vita e che basta fare quel passo in più, fuori dagli schemi, per poter essere liberi. Tutti abbiamo il diritto di essere felici perché anche il dolore ha la sua data di scadenza.