Il-perdono-che-porta-memoria

Il 9 maggio è la giornata annuale della memoria per le vittime del terrorismo ed i loro familiari. Pensando al terrorismo italiano degli anni di piombo, il nome di Aldo Moro, deputato della Democrazia Cristiana e Presidente del Consiglio per due legislature, è il primo che viene in mente. Oggi, conoscendo una delle sue figlie, Agnese, le chiediamo di parlarci della sua vita e del ricordo di suo padre.

Agnese Moro ha raccontato della sua vita, ricominciata quando, dopo la separazione, ha dovuto trovare il modo di reinventarsi e così ha deciso di proporre a Mario Calabresi, ex direttore de “La Stampa”, una rubrica. Calabresi, un uomo positivo, accetta e le dona uno spazio di 2400 battute. La rubrica si chiama “Costruire cose buone” ed è pubblicata ogni domenica sul quotidiano dal 2011. Agnese descrive la difficoltà di raccontare in queste 2400 battute le iniziative importantissime di cui vuole parlare e della fatica di esprimerne bellezza ed intensità. Sono poche parole per spiegare come le persone comuni si impegnino per il prossimo, come creino qualcosa per se stessi e per gli altri, dice che bisogna far in modo di non tradirsi, mantenendo il significato del proprio ragionamento.

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“La vita è un elastico, vai avanti, ma in qualsiasi momento puoi tornare indietro.”

“Il giornalismo ha sempre fatto parte della mia vita, un po’ perché mi è sempre piaciuto leggere i giornali, un po’ perché sono figlia di mio padre”: con questa frase il racconto si sposta sul ricordo e sulla memoria di quando, 39 anni fa, il terrorismo colpì la sua famiglia, ma anche sulla verità, necessaria per comprendere tutto. Proprio il 9 maggio coincide con l’assassinio del padre per mano delle Brigate Rosse. Agnese ha detto che finalmente, dopo molti anni, è riuscita a perdonare, che l’odio e il rancore la tenevano legata a quei 55 giorni del 1978, al dolore che ha trasmesso involontariamente anche ai suoi figli. Agnese, che non è riuscita a leggere neanche una parola di suo padre per dieci anni perché “lui vive nei suoi scritti”, oggi è amica di ex brigatisti, li ha perdonati perché ricordare odiando, stanca; confessa che prima di incontrarli, aveva solo l’immagine di mostri, ora per lei sono delle persone con dei sentimenti che capiscono il vuoto che hanno recato. Dopo essere stata invitata a degli incontri di dialogo tra vittime e responsabili della lotta armata da Guido Bertagna, un gesuita, ed un iniziale rifiuto, ha deciso di provare, gradualmente, ad ascoltare cosa avessero da dire, se avessero delle spiegazioni, scuse, risposte. Agnese dice che al contrario è stata ascoltata, lei come tutte le altre famiglie, mentre urlavano, piangevano e li incriminavano. E’ stato un percorso lungo e difficile, ma ora è andata avanti, ha detto. I ricordi di quando suo padre era vivo sono tornati, con l’effetto dell’elastico, in una nuova veste: “Mio padre mi mancherà sempre, il perdono mi avvicina e mi aiuta a ricordarlo meglio”. Dall’esperienza è nato anche “Il libro dell’incontro” in cui si apprende che solo la giustizia può avvicinare un po’.

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Agnese Moro esprime, però, una sua preoccupazione per la memoria storica del nostro Paese; dice che solo i familiari ricordano con iniziative, associazioni e proposte; ma cosa ne sarà di tutte queste battaglie quando loro non ci saranno più? La scelta della memoria è un atto di coraggio che deve essere afferrato dopo tutti gli anni di silenzio e segreti.

L’incontro si conclude con un invito a fare, da parte della giornalista, alle nuove generazioni convinte di contare poco o nulla: anche solo scrivendo si può sovvertire questo sentimento ed esserci un po’ di più.