Quinto disco della band romana formata da Georgia Lee (voce), Marco Pantosti (voce, pianoforte) e Maurizio Sarnicola(basso e campionamenti e co-produttore artsitico). “Suzu è la pubblicità senza filtro di quello che siamo diventati realmente. Ci distraiamo, facciamo vite “altre”, ma spremiamo territori e popoli in nome di un selfie fatto col giusto filtro, con le labbra a culo di gallina, all’ora dell’aperitivo, per mostrarsi felici. Questa è la nostra immagine nuda. Piaccia o no, Suzu rappresenta tutto e tutti”.  Un disco crudo  e diretto,  pedissequo nella rappresentazione della realtà. Non c’è finzione.  La guerra distrugge e brucia. Tratti netti, toni privi di reverenza, si parla di morte e non servono convenevoli.  L’umanità viene decostruita, le coscienze annichilite e gli Elettronoir lo raccontano con pregnanza tra noise e wave, drum machine, synth e bassi. Otto tracce che cesellano la guerra, la storia, la cultura, che parlano di carneficine, di persone sepolte nel silenzio, di donne costrette a scegliere tra il burqa o il kalashnikov. Un ritratto lucido narrato dalla tipica contaminazione sonora della band, tra sintetizzatori e pianoforti, rumori ambientali che costruiscono e decostruiscono melodie, arrampicate strumentali e discese tra suoni di guerra. Suzu è questo. La title track del disco è un melodramma muto, privo di testo che riesce ad urlare la catastrofe con la forza del suono, che ulula ingiustizie e distruzione nelle orecchie del mondo che va avanti, dimenticando le vittime ma perdendo, come una corpo in decomposizione, umanità e vita.

 

Dopo una trilogia su un unico tema, gli scenari di Napoli, tornate con un lavoro che si potrebbe definire monografico, concentrato totalmente sulla guerra. Come è nata l’idea e come è stata elaborata con la musica?

L’idea iniziale stavolta era incentrata sulla figura de “La Santa Muerte”, la santa che esorcizza il concetto della morte, appunto, e della sofferenza. Man mano però che ragionavamo, andando avanti con le registrazioni, immagini della guerra in Siria, dei suoi protagonisti ed effetti connessi, ci assalivano costantemente. Ci sembrò ad un certo punto intellettualmente scorretto far finta di nulla e parlare della “morte salvifica”. Così, fra il noise e la new wave che stava sbocciando, abbiamo incastonato quell’umanità rara ed essenziale che costituisce il concept del conflitto trattato in “SUZU”.

Copertina eloquente nel crudo realismo e nei contrasti simbolici, ce ne parlate?

Quell’immagine è arrivata all’ultimo, alla fine del lavoro in studio. Parlavamo di personaggi e situazioni incredibile, contemporanee ed attuali, ma già tralasciate dalla coscienza occidentale e dimenticate. Maurizio aveva montato la traccia finale. Eravamo emozionati e trafitti allo stesso tempo. Guardo il telefono e leggo un articolo di qualche mese prima su un bombardamento ad Aleppo. Vediamo tutta la sequenza delle foto illustrate e di quel padre che stringe il proprio figlio davanti un pick-up della “Isuzu” (marca di fuoristrada e camion giapponese), coprendo con il capo e disperazione la lettera “I”.

Lo spot della disumanizzazione. La summa delle storie e delle atmosfere che avevamo appena deciso di raccogliere e proporre. Chiamammo Elena Pucci, la nostra grafica/visual artist e, mi racconterà più tardi, tutto d’un fiato, di notte e senza esitazione, lavorò questa “Pietà” 2017.

La visione era quindi compiuta: Suzu.

Dunque chi è Suzu?

È la pubblicità senza filtro di quello che siamo diventati realmente. È lo specchio che riflette il grado di sciagura, la scala Ricther del disastro applicata all’uomo. Crediamo sia anche il livello più basso raggiunto. Ci distraiamo, facciamo vite “altre”, ma spremiamo territori e popoli in nome di un selfie fatto col giusto filtro, con le labbra a culo di gallina, all’ora dell’aperitivo, per mostrarsi felici. Questa è la nostra immagine nuda. Piaccia o no, Suzu rappresenta tutto e tutti.

Questa traccia è totalmente strumentale con rumori ambientali. Perché questa scelta e quale è stato il percorso creativo?

Il disco è stato registrato nello studio della Goldmine Records a Vallo della Lucania, in Cilento. Lì c’è un Bluthner a coda. Un pianoforte incredibile, antico e delicato. Registrammo delle sequenze melodiche, in stile Satie, proprio all’inizio del lavoro. Poi, come di rito, drum machine, basso e così via. Introducemmo ad un certo punto suoni ambientali campionati, di guerra, arpeggiandoli, creando flussi noise al posto di synth programmati. Alla fine del mix avevamo quest’ultimo pezzo che pretendeva ancora un azzardo ulteriore. Maurizio prese le sequenze al pianoforte di cui parlavo prima e cominciò a montarle, destrutturando e ricostruendo. Un lavoro di cesello, un incastro onirico vorticoso, marziale, che prendeva tutti gli elementi più significativi delle altre tracce del disco.

Quando lo ascoltammo la prima volta restammo in silenzio per un paio di ora e ci guardavamo muti, senza smorfie. Un’emozione che rendeva giustizia al silenzio dei protagonisti del disco.

Le 8 tracce sembrano disegnare una parabola precisa che parte da una figura ambigua in Divisione Satie, passando per il ruolo delle donna in Postal Market e La seduzione di Eva fino ad arrivare al bisogno d’amore in Tracciante o alla carneficina in Guernica. Il tutto si risolve in Suzu, perché?

Divisione Satie è la canzone che introduce tutto il nostro lavoro. È il pianista del campo profughi di Yarmuk che dopo i bombardamenti portava il pianoforte, sul carretto della frutta dello zio, in giro fra le macerie, per combattere la devastazione suonando. La musica ambientale di Satie, la musica d’attesa, fuori contesto, senza Parigi, senza ‘900, con un pubblico affamato di normalità e vita. Una “divisione” di un esercito di fantasmi, un soldato che sfodera l’arma della musica. Così come le donne soldato della YGP, ragazze e madri che combattono l’ISIS frontalmente, che avevano le nonne con i capelli al vento, all’università, in Iran per esempio, ed indossavano minigonne ed abiti alla moda acquistati per corrispondenza. Si laureavano, profumavano il reggiseno con petali di fiori, erano libere. Erano gli anni ‘50/’60/’70, erano l’avanguardia, prima dell’Inghilterra dei Beatles. Con le ingerenze dell’occidente, oggi, le nipoti di quelle ragazze hanno due possibilità: o indossano il burqa o prendono il kalashnikov e difendono la propria identità.

“Tracciante” è legata ai profughi di mare. Generazioni in viaggio nel buio di mille incognite, in oscillazione fra deserti ed onde, a testa alta ed occhi fissi che puntano l’orizzonte per intravedere la luce sparata dalle vedette, dai pescherecci. I traccianti di segnalazione posizione in acque aperte, quelli che mostrano al buio se sei vicino alla “terra”. Le stelle comete di questi magi senza nome. “Guernica” è la carneficina rianimata sulla falsa riga del capolavoro di Picasso. E’ il bimbo di nome Omran. Stava guardando i suoi cartoni animati alla TV, sul divano, abbracciato al suo papà. Bombardamento, e nel giro di attimi, si ritrova impolverato, sporco, ferito, tirato fuori dalle macerie della casa distrutta e posato su un’ambulanza. Guarda i fotografi davanti a sé, poi la sua mano sporca e la druscia sul sedile, come se si volesse pulire prima di rientrare a casa dopo i giochi per strada. Suzu è di queste narrazioni, l’essenza e la spina dorsale.

 

Avete definito il genere di questo disco “new Wave 2017”, in che senso?

E’ la nostra attitudine, la nostra proposta: montare un’onda sonora che racconti gli slanci di esperienze uniche. Puntiamo questo obbiettivo e lo proviamo a rinnovare ad ogni lavoro, sempre in maniera diversa.

La vostra musica è sempre stata un mix di elettronica, tecno, cantautorato, pop, classica. Quale è stata la vostra formazione, a chi vi ispirate?

Suoniamo da sempre senza batterie acustiche e chitarre. Usiamo l’elettronica per innovare e reinventare. Con un pianoforte, un basso fuzz, ed i synth. La forma canzone che approcciamo quindi non può essere convenzionale, pop, standard. E’, come dicevi te, tutto contaminato secondo lo stile –ELETTRONOIR- . Veniamo da percorsi diversi e ci seduciamo di volta in volta l’uno con l’altro. Ma il senso primo, il concetto portante, è sempre stato quello di rendere il più efficace possibile, per la narrazione di turno, il significato profondo di ciò che vogliamo portare in evidenza. Ecco che quindi non ci limitiamo con pre-definizioni e generi precostituiti, ma teniamo tutti “gl’ingredienti” possibili a disposizione. Sicuramente Erik Satie, John Cage, Brain Eno, Ennio Morricone sono stati i riferimenti musicali costanti di questo ultimo lavoro.

 

Il brano Postalmarket prende spunto da un’intervista su Al Jazeera di una delle tante soldatesse YPG che combattono quotidianamente contro l’Isis. La coda dice: “Ridi pagliaccio di me. Ridi vigliacco di me. Mi hai vinto”. Quale è il messaggio? Chi ha vinto, o chi vincerà?

È una libera citazione da “Vesti la giubba” dei “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo. Postalmarket ha tre momenti: il primo new wave, il secondo musica ambientale classica, che sfocia in un terzo movimento, un melodramma elettronico, pieno di rumori, che sostiene la costatazione della propria condizione. Chi non ha scelta, chi è caduto, chi è in difficoltà, è l’unico che può vincere davvero. Proprio perché è battuto in partenza e non ha più nulla da perdere. Quelle donne pongono il proprio corpo fra l’oppressione, e le ingerenze interessate dell’occidente, ed i propri figli, i propri diritti, la propria libertà. Comunque vadano le cose, loro hanno già vinto, a prescindere da ogni evento, contro tutto e tutti.

“Un elegante e intenso compendio di tempi allucinati e fragili” – ha dichiarato Stefano Zuccalà, poeta che ha firmato l’introduzione all’interno del booklet del disco e del vinile. È questo il senso del lavoro? Cosa volevate esprimere?

Stefano Zuccalà è un poeta, un poeta giovane e vero. Ha centrato l’essenza di tutto il lavoro al primo ascolto. Volevamo dare voce a gente che è sepolta nel silenzio. Lui è stato da subito predisposto a raccogliere quei silenzi che gridano, tirandone le somme in un ritratto essenziale e preciso. Dice “Tempi Allucinati” perché se ci ragioni è davvero difficile credere al nostro tempo e crederlo “il nostro tempo”, nostro perché di oggi; “fragili” perché in fondo siamo anime disperse in cerca di una pacificazione a qualunque costo, anche se illusoria.