Luciano Ligabue lo ha definito “un 2017 sulle montagne russe”: il tour, l’operazione subita alle corde vocali, le date rimandate, la ripresa dei concerti a settembre con la tensione psicologica di risalire sul palco. Ma, soprattutto, un’estate trascorsa a girare il suo terzo film da regista, “Made in Italy”.

Dal 25 gennaio sarà, infatti, nei cinema il nuovo film del rocker di Correggio a vent’anni da “Radiofreccia”. Ancora protagonista Stefano Accorsi: “La cosa forte in questo film è la messa in scena di personaggi autentici. In questo film c’è tanta verità”. “Made in Italy” è una tormentata dichiarazione di amore verso il nostro Paese, raccontata con le parole e la musica di Ligabue, attraverso lo sguardo di Riko, un operaio e uomo onesto alle prese con una vita in cui tutto sembra essere diventato improvvisamente precario: il lavoro, il futuro, i sentimenti. Ma se a volte rialzarsi non è facile, Riko decide di mettersi in gioco e prendere finalmente in mano il suo destino. Il film è nato prima come concept album, tre volte disco di platino.

L’obiettivo di Luciano Ligabue, una carriera da rocker con 20 album e più di 700 concerti e una, più sintetica, da regista (questo è il suo terzo film), era quella di far venire nostalgia dell’Italia, non a chi è andato via ma a chi ancora ci sta. “Nel film diciamo che nessun italiano fa le vacanze a Roma e nessuno la luna di miele in Italia, è così: diamo per scontata la sua bellezza – commenta Ligabue – Questo è un film sentimentale, prima di tutto mi interessava raccontare gli stati d’animo di un gruppo di persone per bene, che come tali, mediamente non hanno voce in capitolo, non vengono raccontate perché poco interessanti da un punto di vista drammaturgico”. Così è nato Made in Italy, prima concept album e infine film che debutta in 400 copie, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci e distribuito da Medusa. Stessa compagine, compreso il protagonista Stefano Accorsi, di Radiofreccia, film d’esordio di Ligabue che tra i vari riconoscimenti (tre David e due Nastri d’Argento) vanta di essere entrato nell’archivio cinematografico del Moma di New York.

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Se vent’anni fa Ligabue sceglieva di raccontare la provincia degli anni Settanta, la libertà delle radio libere e il dramma dell’eroina, questa volta affronta di petto la contemporaneità. “Tutto questo progetto nasce da un seme, una canzone che ho ripreso nel film in una versione acustica, Non ho che te. Racconta la storia di una persona di mezza età che perde il lavoro e che fa fatica a trovarne un altro. Quella storia ha poi generato l’album Made in Italy. La mia, però, non vuole essere un’analisi sociale – chiarisce subito Ligabue – la storia di Riko e dei suoi amici nasce dal desiderio di raccontare un uomo di mezza età che perdendo il suo lavoro, perde il senso di identità, diventa improvvisamente fragile. Facendo questo mestiere sono diventato un personaggio pubblico e attraverso la musica ho conosciuto tante persone, alcune delle quali sono diventati amici. Ma gli amici che mi tiro dietro dall’infanzia, quelli sono la realtà che vivo di più. Tra loro ci sono tante persone perbene che non hanno voce, ecco volevo portare un pezzettino della loro storia nel film”.

Il cambiamento di Riko. Stefano Accorsi è Riko, alter ego del regista che dice “avrei potuto essere io se non avessi trovato nessuno che mi produceva un disco”, operaio in un salumificio dove da trent’anni insacca mortadelle, da tanti anni (“forse troppi”) sta insieme a Sara (Kasia Smutniak) che a Reggio (cioè Reggio Emilia) ha un bel salone da parrucchiera. Hanno un figlio, Pietro, che tra poco andrà al DAMS, “il primo della famiglia ad andare all’università”. “Riko è un uomo che sta”. Sta in questa sua vita, in cui non succede nulla di davvero eclatante, se non cose normali. All’inizio del film lo troviamo in un momento di crisi. Riko è legato alle sue radici, alla sua terra, alla donna di cui si è innamorato tanti anni fa, all’azienda che ha visto crescere e che ora è sprofondata nella crisi. Vive nel paradosso di aspettare un cambiamento. “Sono anni che aspetto che le cose cambino”, dice al suo miglior amico Carnevale, che, con la sua risposta, innesca il motore di quel cambiamento tanto ambito: “Ascolta, cambia città, lavoro, famiglia, ma soprattutto, per favore, cambia te invece di aspettare i cambiamenti”.

“Il cambiamento fa paura. Siamo portati a pensare che il cambiamento non porti buone cose – dice Ligabue – Tuttavia è il movimento naturale della vita. Riko e Sara sono due persone che vivono in una realtà consolidata che entra in crisi. L’inquietudine di Riko gli fa vedere quelle stesse cose che fino a quel momento aveva amato, andargli tutte troppo strette. Ha bisogno di cambiare il punto di vista, ha bisogno di cambiare lo sguardo. E il film affronta proprio questo percorso”. A proposito di Sara, il regista aggiunge: “Sara è soltanto citata nel disco, all’interno della canzone Mi Chiamano Tutti Riko. Man mano che la immaginavo le volevo bene, volevo bene alla sua forza, alla sua coerenza, alla sua capacità di sbagliare, alla sua praticità. Nel momento in cui ho visto questo personaggio interpretato da Kasia mi sono perdutamente innamorato di lei”.

Dall’album al film, l’amore di Ligabue per il “Made in Italy”. “Made in Italy nasce come progetto balordo – dice il regista riferendosi al suo album del 2016 – è anacronistico un concept album negli anni Duemila. Sono consapevole che la musica oggi si ascolta velocemente, si arriva al ritornello e si passa ad altro. Un concept album è al limite della presunzione ma era quello che volevo fare, era la storia che volevo raccontare. A quel punto ho visto cadere la scusa di tutti questi anni, quella di non avere una storia, appunto – e continua – Ho iniziato a raccontare del mio sentimento verso questo paese esattamente dieci anni fa con Buonanotte all’Italia. Poi ci sono state altre incursioni con Il Sale della Terra e Il Muro del Suono che avevano da un altro punto di vista lo stesso desiderio, raccontare di quell’amore che non viene meno nonostante la frustrazione per tutti i difetti che vediamo non venire risolti. Volevo provare a raccontare esattamente questo sentimento, attraverso gli occhi di uno che ha meno privilegi di me. Vedo l’Italia in una fase di incertezza importante. Ma ciò che conta è il sentimento che continuo a provare. Io vivo in provincia da un numero irraccontabile di anni e ci sto bene, il mio raggio di azione artistico è limitato geograficamente ma racconto ciò che conosco”.