La bontà è elementare. Questo è il concetto fondante del Mercato Centrale. Sulla scia di quello fiorentino, in vita dal 2014, il progetto è approdato a Roma lo scorso 5 ottobre. A sei mesi di distanza dall’apertura si possono iniziare a fare bilanci e analisi su un’iniziativa unica nel suo genere. Ideato da Umberto Montano, imprenditore della ristorazione che da oltre quarant’anni sostiene la qualità del cibo e realizzato dal gruppo ECVacanze di Claudio Cardini. Si tratta di un nuovo approccio al gusto e al modo di raccontarlo che punta tutto sulla semplicità e sulle materie prime.

Per questo gli attori principali del Mercato sono gli artigiani e le loro botteghe, con tutta la genuinità che ne scaturisce e la padronanza che ha solo chi in prima persona produce i prodotti che poi propone al pubblico. Il risultato è quello di un viaggio enogastronomico tra eccellenze italiane e piatti tipici locali per una riscoperta del cibo che punta alla sottrazione del superfluo.

Anche la comunicazione, infatti, mira all’essenzialità delle parole che va a coincidere con quella dei contenuti. Viene usato un nuovo linguaggio, fatto di segni e cancellazioni che vanno a limare i concetti, depennando intere frasi per lasciare emergere solo le idee chiave. Il messaggio vuole essere elementare quanto pregnante, si vogliono eliminare le sovrastrutture imposte dal marketing, gli effetti vuoti usati dalla pubblicità per tornare ad un alfabeto basilare in grado di trasmettere l’idea che noi siamo ciò che mangiamo.

Location e riqualificazione.

Il luogo scelto per il Mercato è stato un quartiere in piena riqualificazione, quello Esquilino, in particolare la Stazione Termini, snodo nevralgico di tutto il paese. Uno storico punto di incontro e di scambio non poteva che rappresentare al meglio il senso del Mercato Centrale. Il progetto, poi, è stato realizzato attorno ad un vero monumento, un gioiello dell’architettura di inizio ‘900, ossia la Cappa Mazzoniana marmo di Carrara dalle venature grigio – rosa, costruita negli anni ’30 dall’architetto Angiolo Mazzoni. La bellezza di questa creazione sovrasta e si incastona allo stesso tempo tra le botteghe, i ristoranti e i laboratori del Mercato creando un’atmosfera eclettica, fatta di incontri e scambi tra cibo, culture, persone. Il progetto tecnico è stato realizzato dall’architetto Luca Baldini e dal fratello designer Marco con l’obiettivo di creare proprio un luogo di aggregazione dunque anche gli spazi sono pensati in modo che non vengano nascosti. Anche i materiali usati rimandano al concetto di essenzialità e semplicità del progetto: legno, ferro, ceramica, resina, nei loro colori d’origine, senza trattamenti o decori proprio a ricordare le atmosfere dei tipici mercati rionali. Le dimensioni, poi, sono imponenti: 500 posti a sedere, 1.900 mq di spazio, 17 botteghe, numerosi bar intorno alla Cappa Mazzoniana. E ancora due piani, uno dedicato al vino e alla ristorazione e il terzo agli eventi culturali. Abbiamo chiesto al Presidente del Mercato Centrale, Umberto Montano, di parlarci di questo progetto e di fare un bilancio di questi primi sei mesi di apertura.

Il Mercato Centrale è stato inserito in un’area in piena riqualificazione, quella del quartiere Esquilino e in particolare della Stazione Termini. Come sta andando questo processo, che riscontri avete avuto in quella zona?
Potrei rispondere con un’unica parola, entusiasmante. La risposta dei cittadini, dei residenti nel territorio circostante è stata fortissima e ha espresso un grande senso di appartenenza a questo spazio. Per noi questo non poteva essere risconto migliore.

Dopo questi primi 6 mesi di apertura quali sono i numeri fatti?
Anche da questo punto di vista il riscontro è stato molto positivo. Alla fine del primo semestre di attività abbiamo totalizzato il milione di visitatori, sono ottimista e credo che chiuderemo l’anno con i due milioni. Definirei poi quello del Mercato, un pubblico di “frequentatori” perché è molto variegato, si potrebbe dividere in tre fasce principali: per il 75% c’è quella dei cittadini romani o dei territori circostanti, poi c’è un 5% di turisti stranieri e un 20% di viaggiatori.

Ci parla un po’ dell’iniziativa Mamma Roma?
Mamma Roma si inserisce in un quadro di iniziative culturali che sono il motore propulsore del significato di Mercato Centrale che vuole recuperare il senso più autentico del “mercato” appunto, arrivando fino al Medio Evo quando il commercio permetteva scambi e incontri tra molti settori. Accadeva tutto nel mercato allora e noi vorremmo che accadesse tutto nel mercato adesso ovviamente attualizzando le funzioni che permettono l’aggregazione di un pubblico contemporaneo. Mamma Roma si contestualizza perfettamente nel senso che il mercato vuole dare a se stesso, quindi aggregazione e scambio al di lá del puro commercio.

Ben 500 posti a sedere in 1.900 mq di spazio che ospitano 17 botteghe a vista al piano terra più l’area dedicata al vino e la tavola del ristorante al livello superiore. Un progetto imponente anche nelle dimensioni, quale era l’obiettivo?
Esatto, perché quello di Roma nasce sulla base del Mercato di Firenze quindi segue gli stessi obiettivi e le medesime logiche, un mercato del fare, dove si svolgono attivitá culturali di ogni genere sostenendo un messaggio di scambio e condivisione.

Quello di Roma è il secondo esperimento dopo quello di Firenze, ben riuscito visti i risultati. Pensa che tale progetto possa essere replicato in altre città italiane? Ci sono idee in fase di valutazione?
La conduzione di un progetto come il mercato è complicata perché è a fortissima vocazione artigianale. Non si può affidare ad un manager oppure lasciarlo a gestioni autonome, è un luogo che va costantemente monitorato, guidato, condotto tra le attività che lo tengono in vita. Al mercato non basta sistemare i prodotti ma ogni giorno si deve organizzare qualcosa per stimolare il pubblico con un argomento nuovo, questo impone una guida costante. Alla luce di questo credo che non sia semplice la replica di un progetto del genere. Potremmo replicarlo nelle nostre case se siamo capaci di costruire figure in grado di condurre i mercati. Quindi ad oggi direi di no, però così come ci ha sedotto Roma chissà che non ci seduca un’altra città.