Visionario, ma non troppo, questo il titolo dell’autorevole prontuario per organizzare un anno sabbatico da trascorrere in giro per il mondo, in barca a vela, di Gabriele Mazzoleni. Edito da Mursia nel 2010, in molti lo avevano trovato sotto l’albero di Natale, quasi a voler offrire un consiglio poco subliminale o a esprimere un desiderio represso proiettato nel destinatario del dono.

Dalla sua scalata alle vette delle classifiche dei libri più letti di quell’anno, è trascorso poco più di un lustro che in libreria spopolano volumi e volumi di racconti di viaggi di gente che ha deciso di prendersi una pausa dalla vita di tutti i giorni, per vivere di avventura, esplorazione e “serenità mentale”. Anche la proliferazione dei blog ha alimentato questa moda surrogata di dire no alla quotidianità, alle responsabilità professionali e ai cliché sociali. Ma per compiere la scelta di intraprendere “il viaggio della vita”, deve scattare qualcosa dentro l’individuo che lo porta a riconoscere una mancata serenità e a sottovalutare le difficoltà che quello che molti chiamano definiscono “un colpo di testa”, “un capriccio”.

Una profonda spaccatura, infatti, divide i sostenitori di queste pause rigenerative e quanti, invece, attribuiscono a questo genere di iniziative una connotazione negativa, espressione di un rischio eccessivo, sia per le difficoltà che si possono celare dietro una vita itinerante che in funzione del ritorno. La remora più significativa, non a caso, sembra essere legata a doppia mandata con quello che si lascia e ciò che ci si aspetta di ritrovare al ritorno sul punto di partenza. Ma quanti realmente tornano con la ferma intenzione di riprendere le “vecchie” e biasimate abitudini? Perché se la fuga è stata preventivata e messa in atto, forse qualcosa di sgradito da abbandonare c’è.

E allora ci sono quelli che, deposto lo zaino da viaggio, provano a rimanere ancorati a una vita naïfe e poi c’è, invece, chi ha bisogno di sbarcare il lunario in qualche modo e ritorna alla buona e garantista giacca e cravatta.
Le storie che si leggono e che molti video raccontano coinvolgono personaggi della porta accanto, con un’età che si aggira intorno ai trent’anni, con rare eccezioni per persone più mature, professionisti o novizi nel mondo del lavoro. Chi da soli, chi con il proprio gatto, chi con il fedele van, che fa un po’ Hippy, con una buona dose di coraggio, entusiasmo e stanchezza, il viaggio diventa una meta.

Tra gli input più comuni si raccolgono pressioni derivanti da costrizioni lavorative, l’incontenibile bisogno di avventura, il desiderio di vivere a contatto con la natura. Perché, ammettiamolo, il fascino dei mari, l’incanto dei paesaggi e l’imprevedibilità del mondo animale stimola la fantasia e cattura le menti meno imbrigliabili.
Questo fenomeno, dunque, pone un quesito di natura antropologico esistenziale: moda o bisogno primordiale?
Quel che è certo che dall’Australia all’Italia, nessuno è immune dell’attrazione che l’ignoto suscita, nemmeno chi ha ceduto alle coccole del vil denaro e alla prosopopea di un elevato status sociale.
State attenti!