Il mutare dei colori della natura e delle giornate vi spegne, mentre siete oberati di lavoro? La Capitale vi fa un dono: Jackson Pollock in esposizione al Complesso del Vittoriano! E sì, perché “Anticonformismo, Introspezione psicologica e Sperimentazione” arriva a Roma l’ Action Painting di Pollock e dei più grandi rappresentanti della scuola di New York. Il primo dei capolavori che merita un lunga sosta è l ‘Opera NUMERO 27, arrivata nella Capitale per la prima volta. La grande tela– olio, smalto, vernice e alluminio– lunga oltre tre metri, che occupa uno spazio privilegiato accanto ad altri grandi artisti della pittura di quegli anni, coglie il senso della Sperimentazione definita “Espressionismo Astratto”. Ma cosa sperimenta Pollock, tanto da renderlo così assoluto da farne uno dei pittori più grandiosamente geniali del Novecento? Il pittore statunitense rompe i canoni della tradizione del tempo, ponendo l’arte decisamente al di là delle categorie “del bello e del brutto”, nel tentativo di accostarla il più possibile alla sacralità, intesa come pratica di meditazione e magia, e distanziandola dalle innumerevoli occupazioni quotidiane, dalle rappresentazioni del cinema, dall’ illustrazione popolare e dalla pubblicità. L’Action Painting e il Dripping, usate come tecniche pittoriche mai sperimentate prima di allora, si traducono realmente in azione per l’osservatore. In questo modo si manifesta la magia pollockiana, in un’esplosione di energia vitale. Osservando, infatti, le tele del celebre espressionista ci si immerge in una realtà priva di un ordinamento spaziale interno, tipicamente caratterizzante un quadro tradizionale. E sempre a Pollock si deve la prima sperimentazione di una tela senza cavalletto, posta sul pavimento, dove l’artista, in piedi o carponi, dipinge chinato, quasi che l’azione dal suo corpo si trasferisce sulla tela e dalla tela resta in attesa di trasferirsi all’osservatore con un moto quasi fisico. L’intento Pollock era quello di trasporre l’ineffabile per quello che è, attraverso disegni geometrici realizzati con la sabbia, secondo quanto appreso dalla cultura Navaho, di cui era notevole conoscitore. Dunque, c’è tempo fino al 24 febbraio del 2019 per ubriacarsi di colori in compagnia di questo artista anticonvenzionale e degli altri pittori della scuola di New York, da Mark Rothko a Franz Kline. Sono 50 le opere esposte e tanti gli artisti della scuola di New York, perciò stimate un’ora o poco più per non trascurare nessuna delle tele che attende solo di rapire gli occhi e i sensi di ogni categoria di visitatore, dai più giovani ai più attempati.