Riccardo Inge

Riccardo Inge, nome d’arte di Riccardo Diaferia, è un giovane ingegnere milanese. O forse è un cantante. O forse entrambi. Due mondi paralleli quelli in cui quotidianamente si immerge. Razionalità e emozionalità che si incontrano, dando vita a musica e parole. 

Ed è proprio questa contaminazione, apparentemente ossimorica, a ispirare l’ep d’esordio del cantautore milanese, “Giorno di festa”, con cui mostrare, attraverso un vestito doppio e sonorità tutte particolari, il suo animo tormentato di ingegnere con una voglia disperata di musica. Da una ballad a una canzone più cantautorale, passando per un raggaeton, “Giorno di Festa” rappresenta la voglia di fare musica liberamente, senza vincoli particolari. Solo una melodia condita da pensieri e storie di vita quotidiana. Il titolo non solo racchiude il desiderio di festeggiare dopo tante difficoltà vissute per la musica ma è anche la traduzione dal latino del vero cognome di Riccardo Inge: Diaferia.

Riccardo Inge

L’ep, disponibile in digital download e sulle piattaforme streaming, è stato anticipato dal singolo “Cosa resterà di noi” che vede la collaborazione del rapper Cranio Randagio, recentemente scomparso. Si tratta del suo ultimo lavoro. Il video è il primo a essere stato girato sulla diga del Vajont. La diga rappresenta tutto ciò che divide i due “mondi” degli artisti. Due mondi così diversi che, però, si miscelano in una sola canzone, attraverso cui raccontare con forza e rabbia le loro paure. In accordo con la famiglia di Cranio Randagio, Riccardo ha deciso di pubblicare questo videoclip e di dedicarlo all’amico e collega. «Ho creduto in lui come lui in me», ha commentato.

Tu nasci come ingegnere, come ti accosti alla musica?

La musica è sempre stata parte della mia vita, ancora prima di diventare ingegnere. Ho iniziato a suonare da autodidatta alle medie per poi avere le prime esperienze con una band al liceo (rigorosamente rock e heavy metal). In realtà si può quasi dire che nasco da cantautore e mi accosto all’ingegneria.

Cos’è per te la musica?

Prima di tutto è una grande passione. A volte è turbamento, a volte profondo piacere. La musica regala emozioni molto contrastanti. E con musica intendo sia la parte legata puramente alle canzoni sia la parte mediatica. Spesso mi scontro con logiche che non riesco davvero a comprendere. Forse è anche questo il motivo per cui non riesco proprio a farne a meno.

Il tuo vero nome è Riccardo Diaferia. Perché la scelta di questo nome d’arte?

Volevo separare la mia vita da Ingegnere con quella da Cantautore, richiamando però entrambi gli elementi (Inge, infatti, è un soprannome che avevo ricevuto tempo fa come diminutivo di Ingegnere). A volte sembrano il giorno e la notte, come Clark Kent che si toglie gli occhiali e ha sotto il costume di Superman.

Riccardo Inge

“Giorno di festa”, nome del tuo ep, è la traduzione dal latino del tuo vero cognome “Diaferia”. Perché questa scelta? È forse per esprimere un certo carattere autobiografico dell’ep?

Esatto. L’idea è quella di raccontarsi, senza dover inventare qualcosa a tutti i costi. Non serve essere personaggi: a volte serve solo essere se stessi. Ultimamente sta diventando quasi una rarità. Grazie alle esperienze passate, ho la fortuna di avere davvero tante cose da raccontare. E “Giorno di festa” nasce proprio attraverso le situazioni di vita quotidiana che tutti viviamo.

Sei un cantautore e la tua vena “cantautorale” è particolarmente evidente nel brano “Peter Pan”. Tuttavia nelle sonorità, quelli che vanno a comporre questo ep, sono brani piuttosto differenti. È una casualità o una scelta motivata? C’è un filo conduttore che li unisce?

Amo fare cose diverse e non sopporto di sentire un album con 10 canzoni tutte uguali. Nel mio caso poi si rimane sempre all’interno del pop italiano: ho solo cercato di dare un movimento all’EP attraverso ritmiche e suoni diversi. Al contrario di quanto si sente dire da molti discografici, la gente si diverte a sentire cose diverse, basta mantenere l’essenza del progetto. E nel mio progetto al centro di tutto rimangono sempre le canzoni e la loro melodia.

Come nascono le tue canzoni?

Nella maggior parte dei casi in moto. Sì, lo so che sembra assurdo, ma è proprio così. Ogni giorno attraverso Milano per andare al lavoro, mezz’ora all’andata e mezzora al ritorno. Si tratta di uno dei pochi momenti della giornata in cui ho la possibilità di stare completamente da solo con me stesso. Il casco fa da isolante, come una cassa armonica per cantare. E quando scendo dalla moto registro istantaneamente a voce quanto fatto per non scordarlo. Una delle cose più terribili che capita quando hai un’idea è non riuscire a fissarla nell’immediato. Negli anni questa è diventata la mia modalità di scrittura principale.

Il brano “Cosa resterà di noi” vede la partecipazione di Cranio Randagio, recentemente scomparso. Come nasce questa collaborazione? E cosa porti con te di Vittorio?

Devo solo ringraziare Vittorio per aver abbracciato questo brano e l’intero progetto. Ci tengo a sottolineare che ha sempre mantenuto la parola, fin da quando parlammo di questa collaborazione per la prima volta. I giorni di ripresa del videoclip sulla diga del Vajont rimarranno un bel momento da ricordare, dalle prese in giro reciproche per i nostri nomi d’arte agli ascolti in anteprima delle nuove canzoni su cui stavamo lavorando.

Riccardo Inge e Cranio Randagio

La copertina dell’ep ti ritrae di spalle in un “doppio vestito”: da una parte il ragazzo in jeans con la chitarra, dall’altra l’uomo in smoking e ventiquattrore. Sicuramente non una casualità. Un riferimento ai “due mondi” cui sei legato, musica e ingegneria?

Proprio seguendo quanto detto prima riguardo all’essere se stessi, ho voluto rappresentare visivamente lo scontro che vivo tutti i giorni nel mio animo. Una parte di me è molto razionale, schematica, precisa; un’altra è molto più fantasiosa, piena di contraddizioni, emozioni e incertezze. Chissà che questo viaggio non mi porti a trovare un equilibrio.

Progetti per il futuro?

Sento l’esigenza di tornare a suonare dal vivo in elettrico. Finora mi sono mosso in acustico, ma non mi basta: la mia dimensione rimane con una band. Ho incontrato dei ragazzi che hanno deciso di credere in questo progetto e sto lavorando intensamente per essere pronti a suonare a partire dalla prossima tarda primavera. E dopo l’estate chissà: mi piacerebbe iniziare a lavorare seriamente sul mio primo album.