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domenica, Maggio 16, 2021
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Ginny & Georgia – La serie che avrei voluto vedere a 15 anni

Avevo 15 anni nel 1999: dopo pranzo guardavo i Simpson come ogni adolescente che si rispetti, ma per saziare la voglia di romanticismo e bassi istinti tipica di quell’età avevo al massimo “Dawson’s Creek”, che amavo alla follia ma dalla quale potevo aspettarmi ben poco in termini di trasgressione e resa realistica del mondo giovanile. All’inizio degli anni 2000 in Italia tutto passava ancora per la televisione (ve la ricordate la televisione?) e nel mio mondo piccolo-borghese i maggiori scossoni emotivi erano rappresentati dalla liason demoniaca e molto passionale tra Buffy l’Ammazzavampiri e il Vampiro Spike, mentre il mio cervello gioiva dei dialoghi delle Gilmore Girls, titolo orribilmente reso in italiano con “Una mamma per amica”.

Ho iniziato a guardare “Ginny & Georgia”, in Italia da febbraio grazie a Netflix, perché i social mi trasmettevano forti vibrazioni positive: per fare un esempio Marina Cuollo, scrittrice, content creator e attivista contro discriminazioni e pregiudizi legati al mondo della disabilità fisica, ne tesseva le lodi, e di certe voci mi fido parecchio.

Alla fine del primo episodio il mio cuore esultava e rimpiangevo di non essermi imbattuta in Ginny e Georgia quando ero adolescente: forse avrei reso il mio sguardo più aperto e inclusivo nell’età giusta e non dopo i 30; anche se non è tutt’oro quello che luccica, ma l’avrei scoperto dopo.

La serie, ideata da Sarah Lampert, racconta la storia di Georgia, bellissima trentenne con una figlia quindicenne, Ginny, e un figlio di 9 anni, Austin, avuti con due uomini diversi; nella prima puntata i tre si trasferiscono, dopo la morte dell’ultimo marito di Georgia, a Wellsbury, ricca e bianchissima cittadina del New England, chiaramente al di sopra delle loro possibilità economiche. 

Ginny vuole bene a sua madre, anche se spesso le rimprovera la tendenza a cambiare in continuazione partner (con conseguente trasloco di tutto il nucleo familiare) e l’abitudine a comportarsi come una ragazzina appariscente che catalizza tutte le attenzioni su di sé; di contro Georgia vuole proteggere sua figlia da un mondo che lei ha conosciuto presto e fin troppo bene. Il suo passato è a dir poco oscuro, lo impariamo attraverso dei flashback con l’evolversi della storia. Se tutto questo vi sembra molto vicino alla coppia Gilmore, beh avete ragione: ma ora siamo nel 2021, il linguaggio si è evoluto e la realtà di una adolescente americana non può più essere edulcorata senza produrre un effetto finto e straniante nel pubblico, molto più preparato di un tempo. Una delle migliori amiche di Ginny è lesbica e in generale tutti i giovanissimi evidenziano una certa consapevolezza della diversità e dell’inclusività, salvo continuare, come è normale che sia, a combattere quotidianamente contro insicurezze personali e modelli difficili da imitare.

La serie affronta anche argomenti duri come lo stupro e la violenza sulle donne, la dipendenza da psicofarmaci, l’autolesionismo, i disturbi dell’alimentazione e il suicidio. La vicenda ha risvolti molto dark, in alcuni casi forse difficili da mandare giù, ma trovo che questo faccia parte del suo fascino.

Non è tutto perfetto ovviamente: la serie ha scatenato commenti negativi per alcune battute sessiste (Taylor Swift è stata tirata in ballo in un dialogo per la velocità con la quale cambia uomo e si è giustamente  infuriata) e altre dal contenuto razzista. Come volevasi dimostrare, ora il pubblico è più attento ma non solo; lo scrive Marina Pierri nel suo splendido “Eroine. Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire”: “Nel regno audiovisivo la spettatorialità viene così sostituita da una nozione più affascinante: la partecipazione”.

Quello che guardiamo ci riguarda e proprio per questo dovrebbe riguardare tutti e tutte (e tuttə): l’occhio e l’orecchio si allenano al linguaggio, le lotte sociali ci rendono  più consapevoli. “Ginny & Georgia” è la serie che avrei amato vedere a 15 anni ma che va benissimo anche a 36, e che si presta secondo me bene a dar luogo ad accesi dibattiti fra giovanissimi e non.

Flavia Capone

Flavia Capone
Flavia Capone
Flavia Capone e Giovanni Villani creano Letture Metropolitane nel 2016, dopo un’esperienza in radio che li ha fatti conoscere e li ha spinti a portare sul web la rubrica di approfondimento letterario nata proprio su Radio Popolare Roma.
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