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giovedì, Agosto 5, 2021
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La musica è un gioco bellissimo – Intervista a Matteo Macchioni

Matteo Macchioni nasce a Sassuolo e inizia ad avere a che fare con la musica a quattro anni, grazie a due genitori attenti che hanno colto una predisposizione che è cresciuta con l’età. Molti se lo ricorderanno sul palco di Amici nel 2009, primo tenore del talent, ma in questi anni la sua carriera è diventata internazionale: ha calcato i palcoscenici di alcuni fra i più prestigiosi Teatri d’opera e sale da concerto del mondo, interpretando il “Barbiere di Siviglia”, “Cenerentola”, “Guillaume Tell”, “Elisir d’amore, “Don Pasquale”, “Madama Butterfly”, “Nozze di Figaro”, “Billy Budd”, “Don Giovanni”, “La Gazza Ladra”, “Così fan tutte” e tante altre opere.

Il 24 giugno lo vedremo esibirsi nella sua città natale in Piazzale della Rosa con un recital di brani d’opera e l’esecuzione della sua composizione “Quel grande albero” (parte del ricavato dell’evento sarà devoluto all’Associazione Rock No War Odv); abbiamo fatto due chiacchiere sul suo lavoro, sulla forza del palcoscenico e sull’importanza di un’alfabetizzazione musicale dei bambini.

Come ti sei avvicinato alla musica?

La musica è stata subito per me qualcosa di viscerale, un’esigenza, un gioco bellissimo: già a tre o quattro anni distruggevo qualsiasi cosa potesse fare rumore, dalle pentole alle padelle, costruivo la mia batteria personale e davo molto fastidio in casa. Da questa esigenza di far “rumore” a tempo, i miei genitori intuirono che poteva esserci qualcosa di più: iniziai così a sei anni a studiare il pianoforte.

Quando hai iniziato invece a rapportarti con lo strumento della voce?

Ad essere onesto quando ero ragazzino la mia voce non mi piaceva proprio: mi ricordo bene che mi comprarono il Canta Tu (*una specie di karaoke domestico), una roba da fine anni ’80-primi ’90, come premio per una vaccinazione (dovevo fare l’antitetanica e mio padre mi disse “Dai che poi ti compro il Canta Tu!”). La prima volta che sentii la mia voce da quell’amplificatore…(ride) la odiai profondamente. Poi negli anni della pubertà, quando la mia voce è cambiata, ho cominciato ad apprezzarla; quando studiavo pianoforte al conservatorio mi fu fatto notare che squillava molto e da lì ho iniziato a prendere qualche lezione.

Quindi ti sei approcciato subito al canto classico?

Sì, ma ero comunque abbastanza “delinquente”, perché quando avevo 16 -17 anni mi capitava spesso di andare nei locali a cantare rock con varie cover band; però l’ho sempre vissuto come un gioco, qualcosa di collaterale agli studi classici. Dico “delinquente” perché questo non era molto ben visto in ambiente accademico. A quell’età cantavo “Love foolosophy” di Jamiroquai, “Ordinary world” dei Duran Duran, qualcosa dei Queen, che ho sempre adorato, anche perché Freddie Mercury aveva una voce molto acuta e mi trovo in quel range, infatti il mio registro vocale è di tenore. Però queste sono tutte esperienze che poi ho accantonato.

Tornando all’opera, qual è il ruolo che preferisci, che senti particolarmente tuo?

Ad essere onesto, si impara ad amare tutto ciò che canti in teatro, perché ci si dedicano talmente tanta energia e tanta passione che si apprezza ogni ruolo. Quando si prepara un’opera di solito si fanno quattro o cinque settimane di prove in teatro, quindi i personaggi si legano a te profondamente. Se devo sceglierne uno rispetto agli altri, sicuramente il ruolo del Conte di Almaviva de “Il barbiere di Siviglia” di Rossini mi dà sempre tanta soddisfazione, anche perché è un personaggio molto particolare: un conte ricchissimo che si finge povero per farsi apprezzare e amare per quello che è, indossa tante maschere durante l’opera (soldato ubriaco, maestro di musica) e alla fine si rivela conte e riesce a conquistare la protagonista Rosina. E’ un’opera molto bella, frizzante e mi piace cantarla.

Ti ricordi le prime volte che sei salito su un palcoscenico?

Dobbiamo tornare molto indietro nel tempo se consideriamo palcoscenico anche un semplice saggio in conservatorio con il pubblico. Nei saggi di pianoforte portavi il programma che studiavi e lo facevi ascoltare non solo ai professori ma anche alla gente, ed è importantissimo perchè permette di fare pratica soprattutto nella gestione della tensione. Per quanto riguarda il teatro invece il debutto è stato nel 2010, però anche prima ci sono stati concertini in cui cantavo un’aria nel chiostro di un convento o in un castello o in piazza.

Quali sono le cose belle e le cose che spaventano dello stare su un palco?

Per stare sul palco bisogna essere dei pazzi! Se pensi che metti piede in un luogo dove sei “nudo” davanti al giudizio di chi hai davanti, bisogna essere un po’ pazzi. L’errore non è contemplato, si deve sempre dare il cento per cento e questo è quello che fa paura. Però è un mondo talmente bello e ricco di emozioni che quella paura diventa adrenalina.

Come hai vissuto il lungo periodo senza palchi dovuto alla pandemia?

Gli ultimi dodici mesi sono stati piuttosto difficili, anche se io ho sempre partecipato ad eventi digitali e non ho mai smesso di lavorare: senza il pubblico in presenza però è come stare in un campo da calcio senza il pallone. Poi ho ricominciato il 12 giugno con un concerto al Teatro Verdi di Trieste e ci sarà questo bellissimo evento il 24 giugno a Sassuolo. Adesso quasi non ci penso più, perché non so se siamo in un periodo che sembra positivo, come l’anno scorso, ma potrebbe peggiorare a settembre; quindi speriamo che sia una vera ripartenza.

Parliamo del concerto del 24 giugno a Sassuolo.

C’è un programma bellissimo con un ottimo organico (quartetto d’archi, flauto e pianoforte): il repertorio spazierà nell’ambito classico, con arie d’opera e alcune canzoni da tenore. Ci sarà anche un momento molto emozionante in cui proporrò per la prima volta dal vivo una composizione che ho scritto durante il lockdown che si intitola “Quel grande albero”, un piccolo exursus crossover mentre ero confinato a casa.

“Quel grande albero” quindi è nato durante il lockdown: qual è stata l’ispirazione?

Per diletto, quasi “per sport”, scrivo musica da quando avevo 15 anni: durante il lockdown mi è tornata un po’ la vena perché stando a Sassuolo, che è la mia città, ho rivisitato i luoghi della mia infanzia. C’era un grandissimo albero sotto il quale mi ritrovavo con una persona cara che adesso non c’è più, e ora al suo posto ci sono delle fabbriche. Questo mi ha messo in parte tristezza, in parte mi ha spinto a creare qualcosa per parlare di quella che è stata la mia storia, la mia città e un monito per il futuro. La tematica ambientale sembra retorica ma ci riguarda tutti: per ogni albero che abbattiamo dovremmo piantarne due, e quel grande albero, che si vede anche nel videoclip, rappresenta i ricordi ma anche il nostro futuro. Ho scritto il brano in una notte insonne, con qualche lacrima, perché gli alberi si portano dentro tanti ricordi: puoi aver dato un bacio sotto di loro, aver chiacchierato; quando un luogo che custodisce dei ricordi non c’è più, si prova molta tensione, che nel mio caso si è tradotta in una canzone.

Sei molto legato al tuo territorio d’origine?

Amo profondamente l’Italia in lungo e in largo, e vivo ancora a Sassuolo (non vivrei da nessun’altra parte), anche se ormai è più un luogo in cui cambio le valigie. Ci sono due anime in me: una molto radicata a questa terra e l’altra un po’ svolazzante dell’artista che per vocazione deve viaggiare. E’ anche un po’ lo specchio del mio segno zodiacale e del mio ascendente: toro, molto terreno, con ascendente sagittario, che è l’opposto.

Negli ultimi anni ci sono stati vari tentativi di divulgazione dell’opera, spesso rivolti al pubblico più giovane, compreso il tuo esordio in televisione con Amici. Come descriveresti il mondo dell’opera, con particolare riferimento ai giovani artisti e alle giovani artiste?

Intanto credo che l’opera lirica sia uno dei generi artistici che nel corso dei secoli non ha mai sofferto di quella che potremmo definire disparità di genere, perché ci sono protagonisti sia femminili che maschili. In realtà quando sono arrivato in televisione non ero un cantante ma un giovane pianista, quindi ho potuto viverla senza troppe aspettative perché la mia carriera davvero importante è iniziata qualche anno dopo. Secondo me per far conoscere l’opera ai più giovani non ha senso cercare di coinvolgere persone ventenni, perché se loro a sei o otto anni non hanno avuto modo di conoscere quel mondo, sarà difficile accendere la scintilla da più grandi, quando hanno già dei gusti musicali formati. Credo che la soluzione potrebbe essere quella di istituire dei corsi di musica fissi dalle scuole primarie, non solo in forma di progetto breve e saltuario. Servono insegnanti che facciano ascoltare ai bambini sia Mozart che la trap, che abituino le loro orecchie all’arte; io inserirei anche un insegnante di danza, perché il controllo del proprio corpo attraverso i movimenti ti arricchisce comunque. Poi su dieci bambini magari uno solo diventa musicista, però tutti andranno a godersi una serata a teatro.

Quindi manca un’alfabetizzazione musicale in questo paese, una mancanza che poi ha ripercussioni ad esempio sulla sopravvivenza dei teatri…

Esattamente. Questa è una gravissima mancanza perché se non inneschi la curiosità è difficile che arrivi da sola. Si dice che l’opera è di elite: non è vero, l’opera nasce popolare, ma bisogna far percepire al bambino questo retaggio culturale attraverso la musica, ovviamente tradotta e semplificata. Nel mio caso è stata fondamentale la lungimiranza dei miei genitori, che pur capendo poco di musica, quando avevo quattro anni hanno pensato di provare.

Torniamo alla descrizione del mondo dell’opera da insider…

Io penso a far bene il mio lavoro e cerco di cogliere solo le energie positive. E’ un ambiente molto professionale e competitivo, nel quale bisogna sempre rendere tanto. A volte ti svegli la mattina e non ti ricordi dove sei, perché cambi talmente tanti letti e tanti posti che ti si confondono le idee!

Viaggiando molto, hai notato delle differenze rispetto a come vengono vissute l’opera e la musica classica tra Italia ed estero?

Ho notato che l’età del pubblico all’estero è più bassa, soprattutto in Germania e in Nord Europa. Poi c’è più gusto nel frequentare i teatri, anche andando a sentire e vedere qualcosa che non si conosce, proprio perché c’è più cura nell’afabetizzazione musicale da bambini.

Stai lavorando ad altre composizioni originali?

No, al momento il mio lavoro è fare il cantante. Ma mai dire mai, il mondo dell’arte è talmente fluido che non si può mai sapere.

Flavia Capone

Flavia Capone
Flavia Capone
Flavia Capone e Giovanni Villani creano Letture Metropolitane nel 2016, dopo un’esperienza in radio che li ha fatti conoscere e li ha spinti a portare sul web la rubrica di approfondimento letterario nata proprio su Radio Popolare Roma.
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