martedì, Maggio 24, 2022
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Che cos’è il Bornout? E Come Mai Sembrano Essere Più Le Donne A Soffrirne?

Che cos’è il Bornout? E Come Mai Sembrano Essere Più Le Donne A Soffrirne?

Cos’è il Bornout? sicuramente ne avrete sentito parlare, sopratutto in tempo di Pandemia. Un fenomeno fino a qualche tempo fa meno noto è diventato motivo di preoccupazione per il mondo del lavoro e per parte della categoria di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri.

Burn out” è un termine di origine inglese che letteralmente significa “bruciato”, “esaurito” o “scoppiato”.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il burnout è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo 

Nel maggio 2019, il burnout è riconosciuto come “sindrome” e, come tale, è elencato nell’11esima revisione dell’International Classification of Disease (ICD), il testo di riferimento globale per tutte le patologie e le condizioni di salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come un “fenomeno occupazionale” derivante da uno stress cronico mal gestito, ma specifica che non si tratta di una malattia o di una condizione medica.

Secondo lo studio di McKinsey “Women in Workplace 2021”, il burnout, o sindrome da stress lavorativo, colpisce maggiormente le lavoratrici. Le donne che ne soffrono sono passate dal 32% al 42%, dall’inizio della pandemia a ora

Il Bornout aveva colpito in modo eclatante molte donne sopratutto in ambito scolastico anche in tempi precedenti la pandemia, ce lo ricorda anche il Ministro della Pubblica IstruzionePatrizio Bianchi, nel corso di una audizione alla Camera dei Deputati, parlando delle ripercussioni psicologiche derivate dalla situazione epidemiologica.

“La situazione è seria e noi la stiamo affrontando. So bene cosa significa disagio psicologico, bisogna affrontarla con realismo. Tutti siamo provati duramente. Non è la Dad che fa male, ma l’isolamento. Con questa situazione rischio alto di burnout per il personale scolastico. Già prima della pandemia avevamo situazioni che esprimevano molto disagio, che si è espresso anche in maniera esplicita con tassi di abbandono. Credo che questo sia oggi uno dei temi principali che dobbiamo affrontare”.

La dottoressa Christina Maslach dell’Università della California, descrive il Bornout come “una risposta prolungata ai fattori di stress interpersonali cronici sul lavoro” la maggiore incidenze  sulle donne sarebbe da attribuire alla disparità di trattamento sul posto di lavoro rispetto ai colleghi uomini, da qui la persistente frustrazione per la pari responsabilità ma diverso peso decisionale distribuito, appunto, tra uomini e donne a vantaggio dei primi

Anche una delle più autorevoli testate del nostro paese, il Sole24Ore , ha recentemente affrontato il fenomeno dal punto di vista femminile citando l’approfondimento di McKinsey “.The state of burnout for women in the workplace” e intervistando poi Cristina Catania, leader delle attività di Wealth & Asset Management di McKinsey in Europa e responsabile delle tematiche legate alla sostenibilità, che ha dichiarato: ” In Italia il quadro normativo di tutela della salute e sicurezza sul lavoro stabilisce che deve essere valutato il rischio da stress correlato al lavoro e promuove il riconoscimento delle differenze di genere. Già nel 2017, un’indagine condotta in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale evidenziava che nel nostro Paese il fenomeno dello stress da lavoro colpisce in prevalenza le donne. All’origine – spiega – vi sono diversi fattori, tra cui gli impegni famigliari e la maggiore esposizione ad azioni discriminatorie e a barriere culturali che rendono la carriera delle donne più difficoltosa e con retribuzioni inferiori rispetto ai colleghi uomini di pari ruolo e competenze. L’attenzione generale verso la parità di genere continua a crescere e le aziende in Italia stanno rafforzando il proprio impegno in questo ambito, anche se resta ancora molta strada da fare, soprattutto per assicurare opportunità di assunzione e di carriera eque, e consentire a sempre più donne di ricoprire ruoli manageriali. Alcuni esempi di iniziative concrete si possono trovare nel Patto Zero Gender Gap, sottoscritto dalle principali aziende nazionali e internazionali in occasione del Women’s Forum G20 Italy dello scorso ottobre, e che McKinsey ha contribuito a elaborare. Per citarne alcune: stabilire target per l’assunzione e la promozione delle donne, avviare programmi di sponsorship ed empowerment, garantire la flessibilità oraria, introdurre KPI dedicati nei sistemi di valutazione. Perché vi sia un cambiamento concreto le organizzazioni dovrebbero regolarmente misurare con indicatori quantitativi l’efficacia delle proprie iniziative volte a ridurre il divario di genere nel mondo del lavoro, monitorandole nel tempo e assicurandosi che si registri un progressivo miglioramento. Indicatori quantitativi che devono necessariamente essere accompagnati da un cambio di mentalità, anche attraverso specifici programmi di formazione e di iniziative a livello aziendale, al fine di eliminare tutti quegli ‘unconscious bias’ che danneggiano le donne”

“Finché non si aggiusta il primo gradino della scala, le donne faranno sempre fatica a raggiungere l’uguaglianza, se mai ci arriveranno” scriveva il report “Women in the Workplace 2019”

Per lungo tempo si era parlato di rompere il famoso soffitto di cristallo (glass ceiling) che non permette alle donne di raggiungere posizioni  di leadership. Questo studio dimostra che il problema ha origine invece nella difficoltà di acquisire il ruolo di manager, definito come il “broken rung” (“gradino rotto”) della corsa verso il vertice aziendale.

La sfida dei vertici aziendali nel mondo deve quindi essere duplice:

  • Dare le stesse possibilità a Uomini e Donne sul lavoro
  • Recuperare un ambiente di lavoro sereno, vivibile e dove le donne abbiano pari opportunità decisionali e operative rispetto ai colleghi uomini

Serena Basciani
Serena Bascianihttp://www.serenabasciani.it
Appassionata di Letteratura, critica letteraria e affascinata da tutti i Mass media a partire dalla smemoranda passando per la tv e arrivando ai social network. Giornalista. Content Editor e Consulente in Comunicazione per piccole e grandi aziende e per i liberi professionisti che vogliono investire nel lavoro di Personal Branding. Per 15 anni ufficio stampa di Annalisa Minetti ed al suo fianco in tutte le imprese sportive e musicali come Sanremo 2005, le paralimpiadi di Londra e la maratona di New York, Tale e Quale Show e Ora o Mai Più (trasmissioni di punta della prima serata Raiuno). Il lavoro in cui c’è tutta la sua anima è il libro di medicina narrativa, Prendersi Cura di Sè con le Parole di Simona Amorese, curato per Edizioni Gribaudo. Oggi al timone di Occhio Che come Direttore Editoriale e di altri portali tematici. Nel 2012, quando era Direttore del mensile Vivessere, è stata premiata come Direttore Responsabile più giovane in Italia dal circolo della stampa di Milano. Oggi studia e si aggiorna continuamente per applicare la passione della scrittura al mondo digitale.
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